Il Mental Coaching è una disciplina focalizzata sul miglioramento della performance di una Persona, miglioramento che è possibile, in via teorica, in qualsiasi ambito.
Non è in alcun modo una pratica medica, psicologica, curativa, terapeutica o diagnostica.
Non sostituisce in nessun modo alcun percorso o diagnosi di tipo medico, sanitario o psicologico.
Io non sono un operatore sanitario e non intendo in alcun modo svolgerne il ruolo o invaderne gli ambiti professionali, quali che siano.
Ogni riferimento a termini come "Consapevolezza", o altri termini utilizzati formalmente in discipline/scuole/professioni in ambito Psicologico, nonché ogni riferimento a studi inerenti, ha finalità esclusivamente culturali, divulgative ed atte a favorire la riflessione personale, non a fornire diagnosi o considerazioni strettamente cliniche.
Ogni riferimento a termini utilizzati in altre pratiche olistiche, esperienziali, ed a teorie spirituali e filosofiche, serve semplicemente per esprimere le mie personali convinzioni ed il mio modo di intendere e spiegare il senso di ciò che faccio, ma mai con la pretesa di affermare e men che meno imporre verità assolute.
Anche i link a studi pubblicati su Psicologia e Psicoterapia, Sociologia, anche quando validati, perché rivisti, da altri operatori parimenti scientifici ("peer-reviewed"), fungono da contributi alla riflessione, non implicano una mia validazione - perché, semplicemente, non ho competenze ed autorevolezza per poter validare alcunché -, e non permettono assolutamente di implicare, con un nesso di causalità, alcun effetto clinico o terapeutico del Mental Coaching, e non pretendono in alcun modo di servire a ciò.
I contributi qui riportati hanno l'unica funzione di offrire, da parte di Autori - loro sì - validati e scientificamente pubblicati, contributi alla riflessione su temi più grandi, universali, che si collegano al Mental Coaching, nelle sue premesse teoriche, e nella sua pratica nella Sessione.
I termini utilizzati nei miei brevi riassunti dei relativi contenuti sono tratti dai rispettivi Abstract, e non servono ad esprimere mie considerazioni mediche, cliniche o psicologiche, ma solo a presentare, limitatamente alla mia comprensione delle cose, quelle dei relativi Autori.
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Ultima versione: 2026-07-27
Sono nato con una disabilità, la spina bifida, che mi rende praticamente paraplegico: conservo un minimo di mobilità alle gambe anche se non è sufficiente a farmi stare in piedi senza ausili.
(Clicca qui per saperne di più.)
E ci sono stato, in piedi, per qualche decennio, con tutori ortopedici e tripodi, finché la cosa non è diventata un po' troppo gravosa, ed ora eccomi a muovermi su sedia a rotelle.
Ora, una vita segnata da una disabilità porta con sé, oggettivamente, delle limitazioni.... sì, ma quali esattamente?
"Non posso".
"Non riesco".
Quante volte, lungo il corso delle nostre vite, affermazioni simili affiorano sulle nostre labbra?
Nel mio caso, con una disabilità a vita, non mi sono certamente mancate occasioni per farne esperienza, o, ancor prima, di pensarlo... e spesso, ancor peggio, di crederlo e di affermarlo.
Tant'è che poi, a volte, certe esperienze, le ho scartate quasi a prescindere, sulla base di quei "non posso" e "non riesco".
Il nostro cervello, macchina complessa e prodigiosa, affinatasi lungo milioni (e, prima di noi, miliardi) di anni di Evoluzione, ottimizza il proprio consumo energetico adottando strategie come quella di farci optare per scelte ed azioni che ci richiedano il minimo sforzo.
È il regno delle abitudini.
Infatti, tentare cose nuove, con le quali non abbiamo dimestichezza, che dobbiamo imparare a padroneggiare, ci costringe a concentrarci, a prestarvi tutta la nostra attenzione, e, dunque, a consumare energia.
Non è ben più facile e comodo continuare a fare le stesse cose di sempre, nelle quali siamo così abili da poterci concedere il lusso di inserire una sorta di pilota automatico, per poi raccontarci di quanto sia bello continuare a vincere così, praticamente senza sforzo?
Eppure: quanta soddisfazione c'è, in realtà, a vincere facile così, convinti di starcene comodi comodi nella nostra zona di comfort, ma senza realmente metterci alla prova perché pur sempre costretti da una serie di limitazioni, vere o presunte che siano?
Anche il dirsi "non riesco" o "non posso", al di là di una constatazione di alcune impossibilità oggettive, potrebbe indicare che, in realtà, ci stiamo rifugiando in una confortevole e rassicurante zona di... immobilità?
Perché, ma abbiamo mai provato, davvero, a farla, quella cosa?
O, abbiamo pensato a modi alternativi, di farla, quella cosa?
E se abbiamo provato, ma per qualche ragione non è andata come speravamo... abbiamo analizzato quel nostro tentativo per comprenderne le ragioni del mancato successo e per trovare altre soluzioni?
Cos'è veramente possibile, per una Persona?
L'idea dell'evoluzione della Vita terrestre come un processo continuo di selezione naturale, delle forme (e dunque, a monte, delle soluzioni) più adatte a sopravvivere, introdotta da Darwin nella sua teoria dell'evoluzione delle specie...
...per quanto problematica o lacunosa in alcuni dettagli, anche a causa di un processo di fossilizzazione che non è tanto comune, in Natura, quanto si spererebbe - quanto è progressiva e graduale, la comparsa di varianti e variazioni, partendo da una specie, per arrivare ad un'altra distinta? -...
...e nonostante il modo in cui si pretende di farla scontrare con visioni religiose consolidate (ma, a mio modesto parere, un testo sacro scritto in un determinato contesto storico, geografico e culturale non dovrebbe esser preso quale riferimento scientifico, perché non è il suo scopo)...
...e nonostante il modo in cui è stata distorta per ricavarne terribili teorie sociologiche...
...ebbene, l'idea di evoluzione come selezione del più adatto, è, a tutt'ora, l'idea ritenuta più accreditata e valida per spiegare, o almeno ipotizzare con un buon grado di approssimazione, come sia andata.
E stiamo parlando di moltitudini di esseri viventi.
Ma potremmo guardare pure all'entropia sempre crescente di un qualsiasi sistema fisico, per riscontrare la sua evoluzione, seppure in altri termini, nell'arco del tempo.
Ma, per dire, perfino un sasso nel greto di un fiume, sottoposto all'azione dell'acqua che vi fluisce sopra e tutt'intorno, alla lunga, lo leviga.
E sempre l'acqua, con la sua proverbiale goccia, dài e dài, arriva a scavare la pietra.
E la Terra, il Sole, la Luna, il Sistema Solare, la Via Lattea, le galassie, l'universo tutto, non muta, tutto, in qualche modo, rispetto a qualche sistema di riferimento?
E non scorre continuamente, forse, il sangue nelle nostre vene?
L'evoluzione, il mutamento continuo, come stato naturale di tutto.
E allora, essendosi messi in testa che il proprio Scopo, la propria Missione, in questa Vita, sia di aiutare le Persone, cosa c'è di meglio che aiutarle nella loro Evoluzione?
Anche perché, che cosa si è colto, di più potente, nella propria Vita, se non proprio la capacità, volendolo, di evolvere verso una versione differente, più potente, di Sé?
"La capacità".
"Volendolo".
Ma "volendolo", chi, quell'evolvere di una Persona?
Ed arrivandoci come, a comprenderla, quella (o quelle) "capacità"?
Sono un cavillatore nato, lo so, e non me ne vergogno.
Anzi.
Intanto, è la mia natura, e io, la mia natura, ho il dovere sacro (verso me stesso) di rispettarla, accettarla, ed ancor più di integrarla, in qualche modo, con tutte le possibilità che il mio processo evolutivo mi permette di incontrare ed abbracciare.
E poi, spaccare il capello non in quattro, non in sedici, non in duecentocinquantasei parti, e neppure in milleeventiquattro, ma in ben quattromiliardieduecentonovantaquattromilionienovecentosessantasettemilaeduecentonovantasei parti (per i più intimi; 4.294.967.296, per tutti gli altri), per quanto più lungo e complesso, ha, a volte, i suoi risvolti positivi... proprio come in ciò su cui sto per cavillare "come se non ci fosse un domani".
Tutti Maestri (o Maestre), a questo mondo, di questi tempi... o anche, tutti Consulenti, tutti Solutori, tutti Suggeritori.
Per dire, pensiamo ai tutorial, agli how-to, ai DIY.
"Ti spiego come fare [visto che tanto, tu, al contrario di me, non lo sai]".
"Ti insegno io a pensare/fare/vivere [visto che tu lo ignori, e chissà cosa faresti, senza di me!]".
"Ti dò la soluzione [visto che tu non la troveresti, da te, neanche se la cercassi per un milione di anni".
Haha, in quelle parentesi quadre credo di aver lasciato esprimersi "un tantino" di sarcasmo di troppo! ^_^;;
Ma devo pur ammettere che, senza star tanto a guardar lontano, io, per primo, come ho già detto e ripetuto, so di non sapere tutto.
E quando non so qualcosa, è inevitabile che vada alla ricerca di qualcuno o qualcosa, che sia l'autore di un articolo, o di un video, o magari un agente di Intelligenza Artificiale, che lo sappia e dunque mi aiuti a colmare quella mia lacuna del momento.
Ed è in quei momenti che persino io, che pure per caratteristica innata non amo sentirmi spingere addosso consigli o insegnamenti non richiesti, apprezzo che ci sia qualcuno che condivida ciò che sa.
Ed è assolutamente naturale, che sia così, cercare ciò che non si sa: "nisciuno nasce 'mparato", dicono, saggiamente, a Napoli, ed hanno pienamente ragione.
E infatti, in realtà, com'è noto ed evidente, questa circostanza, questo trend, per dirla modernamente, di qualcuno che abbia da imparare qualcosa (cioè tutto) e di qualcuno che possa insegnarglielo (o creda di poterlo/saperlo/doverlo fare, mannaggia!), è qualcosa che accompagna l'Umanità da sempre.
Quanti Maestri celebri, nella storia umana?
Quanti Maestri, ad insegnarci la Vita, da ché nasciamo?
Non sono i nostri Genitori, infatti, i nostri primi Maestri, i nostri primi esempi di Vita?
E questo non vale solo per il Genere Umano, a ben pensarci.
Guardiamo ai Mammiferi, per dire.
I Mammiferi hanno questo nome per la precisa peculiarità che sono caratterizzati dalla cura parentale, quando non direttamente del gruppo, del clan.
Questo avviene perché nei Mammiferi le funzioni cognitive, ossia il cervello, sono particolarmente sviluppati, e l'Evoluzione (sempre quella) ha selezionato, per essi, un particolare accento su questo, più che su altre caratteristiche.
Non che una tigre non sia possente e non abbia zanne ed unghioni portentosi, e, dunque, non che sia dotata del solo cervello, per carità, assolutamente no.
Ma una tigre senza il suo cervello di Mammifero non sarebbe la stessa cosa, non avrebbe tutta la sua complessità comportamentale, e quelle sue armi le userebbe, forse, diversamente.
Il "problema" è che il cervello è la parte del corpo che, per la propria complessità di struttura e funzionamento, richiede la maggior quantità di energia, per funzionare.
E poiché, per favorire la nascita, le dimensioni del cervello del piccolo devono essere contenute, ecco che all'inizio della Vita, per un certo tempo, il piccolo è non autosufficiente e richiede delle cure parentali, che consisteranno, da un lato, nel sostentamento, nel procacciamento del cibo, nella difesa da altri predatori o da gruppi concorrenti di simili... e, dall'altro, nell'insegnamento di ciò che, per le generazioni precedenti, ha potuto fare la differenza, per selezione naturale, tra il vivere e il morire.
Insomma, davvero, imparare ciò che non si sa, e dunque insegnarlo, da parte di chi lo sa, è connaturato in noi non solo come esseri umani, ma anche come mammiferi.
Ora, questo imparare, così prezioso, così determinante, avviene ad un prezzo, proprio perché si tratta di un'attività che, per dare giusto un accenno, comporta la creazione ed il rafforzamento di una quantità enorme di sinapsi all'interno di rete neuronali.
Quali altri modi ci sarebbero, in alternativa, se non si ricorresse all'insegnamento da parte di qualcuno più esperto?
Nel mondo anglosassone si chiama "trial and error", che possiamo tradurre, simpaticamente, come "prova e sbaglia": ossia, provare, vedere cosa funziona, cosa no, e, nel caso non funzioni, o non sembri funzionare in maniera abbastanza soddisfacente, riprovare in un modo differente.
Sembra eccitante, vero?!
Anche un tantino frustrante, forse.
Ancor più se si è mammiferi, e pure cuccioli, dal cervello ancora non completamente formato, piccoli dall'inesperienza ancora preponderante rispetto all'esperienza.
Ed ancor più, in un modo potenzialmente terrificante, a pensarci bene, se si è piccoli umani, per natura non dotati di tutte le zanne, gli artigli, le corazze, le corna, le stazze più o meno imponenti, di cui sono invece provvisti molti degli altri mammiferi, e se il sopravvivere, in mezzo alla savana, o alla foresta, si traduce nel cercare di non essere divorati da un predatore.
"'Prova e sbaglia', dici?
Eh, sì, prova, per carità, bravo... ma se ti sbrighi, anche, ti fai un favore, e lo fai pure a me, perché mi è parso di vedere una tigre dai denti a sciabola, tra le fronde, e di aver sentito brontolare uno stomaco!
Che sì, pure il mio sta brontolando, ma così forte, il brontolìo, è più facile che venisse dal suo stomaco, che non dal mio!
Allora, l'hai acceso, 'sto benedetto fuoco?!"
E poi, per esseri che potevano contare su capacità fisiche non necessariamente eccelse (pur se il pollice opponibile è un vantaggio coi fiocchi), e per i quali procurarsi il cibo doveva comportare, necessariamente, un notevole dispendio di energie, quanto poteva fare la differenza non doverlo utilizzare per spremersi le meningi e trovare un modo per procurarsi il cibo, magari in concorrenza con altre specie animali?
L'esigenza del proprio risparmio energetico, è connaturato tra i nostri meccanismi consolidati in milioni di anni di evoluzione della nostra Specie.
E così, di conseguenza, lo è la ricerca della comfort zone, della soluzione più semplice ed immediata, che, quel risparmio, contribuisca a realizzarlo.
E se crescere, per i mammiferi, e per la maggior parte di noi, significa ricevere conoscenze ed informazioni, fin dall'infanzia, non verrà ancor più naturale ed automatico, anche crescendo, sperare di continuare a riceverle, quelle perle di sopravvivenza, di vita, di avanzamento, piuttosto che ricavarle da noi stessi, dall'esperienza, e da una serie estenuante di tentativi infruttuosi?
"La domanda fa l'offerta", potremmo dire, basandoci su quanto sostiene Keynes... ma, in realtà, come credo di aver già empiricamente dimostrato, la trasmissione di conoscenze è parte dei nostri meccanismi appresi.
E allora, se per tutti vale che non se ne sa mai abbastanza... la presenza di Maestri, insegnanti, Guru, Guide, e quant'altro, è perlomeno necessaria ed irrinunciabile.
Cos'era che mi stizziva, allora, in quelle parentesi quadre più sopra che mi veniva di aggiungere?
Secondo una legge energetica presa dal Pensiero Sistemico, piuttosto intuitiva e naturale, anche se non ovvia, "il Grande dona al Piccolo".
Ma, per dirla in termini un po' più fisici, si potrebbe dire che l'energia parte da dove ce n'è di più e va dove ce n'è di meno, anche se, in realtà, nella Fisica, si ha più un riequilibrio tra due livelli, in quello che è più uno scambio.
Ma da un punto di vista animale, o anche umano, se osserviamo una persona grande ed una piccola, ossia proprio un Grande ed un Piccolo, che cosa avranno da dare, da offrire, teoricamente, da un punto di vista pratico, energetico, o anche in termini di risorse, l'uno all'altro e viceversa?
Praticamente tutto, il Grande: più forte, con maggiori conoscenze... anche, con maggiore energia a propria disposizione.
E il Piccolo? Oh, umanamente, spiritualmente, emozionalmente, tantissimo: quanto scioglie il cuore, il sorriso di un Bambino?!
Ma, ancora, da un punto di vista pratico ed energetico ed esperienziale... praticamente nulla, dipendendo in tutto dal Grande.
"Il Grande dona al Piccolo".
E se ciò che viene donato, ad un certo punto, è un granello di Conoscenza, di Sapienza, di Esperienza Vissuta?
Eccoli, il Grande e il Piccolo, con quella particella di Conoscenza trasmessa dall'uno all'altro (e non viceversa), che diventano, rispettivamente, il Maestro e il Discepolo.
- Ti insegno perché sei più Piccolo di me, in termini di Conoscenza, quindi sono più Grande di te, perché io ti do qualcosa. -
- Grazie. E prendo ciò che mi dai, ciò che tu sai e io ancora non so, e lo imparo da te, e questo mio ricevere mi rende il Piccolo, più piccolo di te. -
Quanto io do qualcosa a qualcuno, sto facendo il Grande.
Ma sto facendo il Grande, si badi, se l'altro si limita a ricevere e dunque fa il Piccolo rispetto a me.
Il Grande dà, il Piccolo riceve.
Ricevere un insegnamento, una soluzione, una risposta, instaura questo tipo di dinamica.
Poi, certo, per riequilibrare le cose, è sufficiente che chi riceve corrisponda un compenso a chi dà, così da spezzare l'univocità, l'unilateralità del dare e del ricevere.
Ma rispetto a quella conoscenza, a quell'informazione, a quella risposta, a quella soluzione... c'è chi ce l'ha e dunque la può dare, e ce chi non ce l'ha, e dunque la può solo ricevere.
O, almeno, non ancora, non ce l'ha.
Ma riguardiamo quelle mie stizzite parentesi quadre scritte parecchie frazioni di capello più sopra.
Com'è, sentirsi di nuovo Piccoli, rispetto ad una particola di Sapere che non si ha (o non si crede di avere ancora), nei confronti di chi ce la elargisce?
E com'è, sentirsi più Grandi, rispetto ad un granello di Conoscenza che si ha (o si pensa di possedere già), verso la persona a cui lo elargiamo?
Quanto possiamo rischiare, nel ruolo momentaneo di Piccoli, di sentirci inadeguati, o, in fondo, come bambini che ancora non hanno imparato abbastanza, nel momento in cui di rendiamo conto di non sapere qualcosa, qualsiasi cosa?
E quanto possiamo rischiare di sentirci superiori, come Grandi, forti e potenti, vicino ad una persona meno capace, o come un bambino ancora incapaci di vivere autonomamente, se ci rendiamo conto di sapere qualcosa in più di quella persona?
Per carità, in chi abbia raggiunto una visione equilibrata della vita, la consapevolezza sul fatto che non si può arrivare a sapere tutto, che c'è sempre qualcosa da imparare, e che anche se oggi ci capita di insegnare, be', domani ci potrà capitare di imparare, dovrebbe mettere ragionevolmente al riparo dai due rischi.
Ma entrambe le facce della medaglia del proprio sentire, sono, per ciò che ho appreso durante la mia formazione a due vie, e di cui ho conferma nella mia pratica, di estrema importanza, per me: da un lato, per come chi si voglia avvalere del mio aiuto si senta, nel riceverlo, e, dall'altro, per come io sia eticamente tenuto a comportarmi (e voglia farlo, anche, con intenzione, si badi), di enorme e fondamentale importanza.
Entrambe le discipline per cui mi sono formato, e cioè il Mental Coaching e la Tarologia, prescrivono la centralità della Persona, della sua libertà ed indipendenza di valutazione e decisione, del potenziamento della sua capacità espressiva, e del divieto, per me, di dar consigli, e, in generale, di trattare quella Persona come un Piccolo o di considerare me stesso come un Grande nei suoi confronti.
Un ruolo di superiorità, da parte mia, entrerebbe in contrasto con l'importanza dell'espressione, da parte sua, del suo potenziale.
Si potrebbe obbiettare che, in fondo, un Consulente fa quello, cioè fornire soluzioni, magari dare pure istruzioni precise e dettagliate su come applicarle, e che un Maestro si assume la responsabilità di guidarti, magari passo passo, accompagnandoti ad una nuova visione delle cose, mentre tu, in entrambi i casi, pieghi in qualche modo la tua libertà e, in nome della risoluzione di un problema, o della tua crescita, accetti di far tuo quanto prescritto, che ciò influisca sulle tue azioni o addirittura sul tuo modo di pensare e di vedere la Vita.
E, per carità, non è sbagliato, persino quel tipo di rapporto e dinamica professionale, specialmente se consulenza e guida, e prima ancora le necessità della Persona, coinvolgono materie per cui servirebbero competenze specifiche che non sarebbe possibile limitarsi ad intuire o inventare!
Ma l'importante è, anche in quel caso, che tutti siano consapevoli di come funziona quella relazione d'aiuto e che lo accettino liberamente e serenamente.
Facilita la Vita, ricevere una soluzione o una guida su come vivere?
Ah, per certi versi, sì, perché, per un verso, il diventare esecutori e ripetitori è ben più facile che trovare la propria vita.
Ma può pure essere alquanto sfidante, perché il cervello tenderà a ripetere ciò a cui siamo abituati, e provare soluzioni nuove, o cambiare mentalità, potrà smuoverci dentro non poche resistenze.
Cambiare ci richiede di uscire dalla nostra zona di comfort, e dunque è un processo che necessita di grandi energie, di entità tanto maggiore quanto più grande è il cambiamento richiesto.
Dunque, come altrimenti si potrebbe esprimere e tradurre, concretamente, questo mio voler facilitare?
Se non posso dare consigli o prescrivere soluzioni, come Facilitatore Evolutivo, perché la libertà della Persona di scegliere ciò che ritiene più giusto e funzionale per sé è, per me, sacra (come lo è - e vorrei fosse sempre considerata - la mia)... e se poi, per giunta, non voglio proprio darli!, quei consigli, se non ritengo di avere né l'autorevolezza né ogni conoscenza necessaria a valutare se sia veramente il caso di darli... e, infine, se non voglio rischiare che la Persona ponga delle resistenze ad un mio consiglio rendendolo, dunque, del tutto vano ed inefficace, perché finirà col non seguirlo... che cosa mi resta da fare?
Oh, Socrate, e il suo "So di non sapere"!
Non è per niente facile, ammettere a noi stessi di non sapere qualcosa, poco o tanto che sia (ed è tantissimo, ed è più di quanto sappiamo o crediamo di sapere, che ci piaccia o no).
Perché la zona di comfort che ci piace, tanto più quanto più cresciamo (e invecchiamo), per poter togliere un po' il controllo vigile, il focus per scegliere cosa fare attimo dopo attimo, e mettere quel pilota automatico che ci fa vivere risparmiando preziose energie cerebrali, ebbene quella zona di comfort è tremendamente comoda.
Non sapere, ed ammetterlo a se stessi, invece, è terrificante, capace com'è di farci sentire quasi come bambini, o come principianti, che - così ci fa sentire, il non sapere proprio tutto - che non abbiano fatto il viaggio che pure li ha impegnati fino ad ora, che non abbiano conquistato ogni traguardo per cui ci si sia sacrificati, che non abbiano imparato tutte quelle lezioni che pur, per apprenderle, sono costate lacrime, sudore e sangue... e un sacco di errori.
Ma una tale, coraggiosa ammissione (che ci mette faccia a faccia con i nostri intrinsechi limiti) è l'unica base che permetta di mantenere la massima apertura verso l'ignoto, e la più piena ed incalzante curiosità per investigarlo, quell'ignoto.
Ogni "non posso", sempre, immancabilmente preceduto da un tacito ed implicito "io so [già] che", ci preclude una porta, un percorso, una possibilità.
Ma chi l'ha detto, che "non posso"?
Ho già provato? Se sì, come?
Ma ho provato in tutti modi a me possibili?
"Io so che", quell'inventario tutto mentale concentrato soprattutto su ciò che sta alle nostre spalle, o perlomeno su ciò di cui crediamo di aver fatto esperienza o anche solo raccolto informazioni, pare contar ricchezze già acquisite... ma è spaventosamente limitante, per quanto riguarda ciò che sta intorno a noi, ed ancor più davanti a noi.
"Io so che" pare arricchirci, di Passato, quando invece ci impoverisce, di Presente, ed ancor più di Futuro.
Il ché non significa assolutamente che non si debba far tesoro di ciò che già si sa, per carità: è un segno d'evoluzione anche la crescita in conoscenza.
Ma il non dimenticare che ciò che non sappiamo ancora è e sarà sempre in misura maggiore di ciò che sappiamo, è l'unica garanzia che noi, sul cammino di quella nostra evoluzione, si voglia veramente proseguire.
"So di non sapere", mi ricorda Socrate da quasi duemilacinquecento anni fa', un tempo lontanissimo (ma non così tanto, poi, in fondo, se i dubbi che incontriamo, coltiviamo - e intorno ai quali ci arrovelliamo - sono ancora gli stessi, in fondo, a ben vedere).
E se guardo al me stesso, a tutto ciò che ho imparato, sulla Vita, e su di me, in termini di profondità, possibilità, e potenziale ancora inespresso e pur esprimibile, non posso che trovarmi pienamente d'accordo con lui, al riguardo.
Dico questo di me stesso, si badi, della persona che, in teoria, semplificando molto, io avrei dovuto conoscere meglio, da sempre.
Ma se io ho attraversato ere intere della mia Vita credendo di sapere già tantissimo, se non tutto, di me stesso, e senza sospettare minimamente che una quantità impressionante di miei "io posso" e "io non posso", "io riesco" e "io non riesco", "questo è possibile" e "quest'altro è impossibile" erano credenze magari pure apparentemente ragionevoli, ai tempi, ma che poi, a tempo debito, mi sarei ritrovato a smentire concretamente, fattivamente... se questo progressivo scoprire di "non sapere" si è poi rivelato, in retrospettiva, applicabile a me stesso, alla mia stessa Persona...
...come potrei mai credere, in Coscienza, di poter anche solo presumere, o ancor peggio credere, riguardo a qualunque altra Persona che non sia me, della quale io non potrò mai sapere tanto quanto quello che so di me (che è già poco in sé), sentenze come "tu puoi" o "tu non puoi", o, ancor peggio, "tu riesci" o "tu non riesci" (peggio del peggio, poi, sarebbe, ad azzardarsi a declinarle al Futuro!) o "questo ti è possibile" o "quest'altro è impossibile, per te"?!
Come potrei arrogarmi il diritto di anche solo pensare qualcosa del genere, su chiunque?
E che si fa, allora, quando non si sa e lo si sa benissimo, come già accadde a Socrate persona, ma continua ad accadere al Socrate più... archetipico, diciamo, sì, quello che ancora ci ripete la sua massima affinché non la dimentichiamo mai?
Eh, si fa il Maieuta, allora, ché non resta altra opzione.
Così, invece che "aiutare" l'Altro dando prescrizioni, suggerimenti e comandi... be', gli si fanno domande.
Cercando, se possibile, di ricordare a se stessi che non lo si fa per scoprire, per sé, quella risposta dell'altro, dato che potremmo farcene ben poco, fattivamente, al di là del trarne spunto per la prossima domanda, ma che lo si fa perché sia l'Altro, che riesca a saperne più su di Sé.
Solo lui o lei, infatti, può trovare in Sé quale sia il senso, la direzione, la ragion d'essere e di mutare, che lo possa condurre nella sua Evoluzione.
E solo lui o lei, poi, tra l'altro, può trovare in Sé e in ciò che sa ed ha udito, visto, percepito, appreso, esperito, quell'indizio che possa spiegare cosa invece lo trattenga dal proseguire in quella Evoluzione.
Lui o lei, solamente, lo sa, o può scoprirlo.
Non io.
Si potrebbe obbiettare, e se ne avrebbero tutte le ragioni del mondo, che il fatto che qualcuno, al termine di uno scambio di domande e risposte, abbia trovato una bozza di spiegazione o di soluzione, più o meno dettagliata, che riguardi un nodo presente, o un obiettivo da raggiungere, non significa automaticamente che quello risolverà tutto.
Non significa, nemmeno, che si siano necessariamente toccati tutti i punti che possano fare la differenza ed accompagnare la Persona a portare cambiamento e trasformazione, che sia tra le sue radici, o sui suoi rami.
Un Facilitatore Evolutivo non può e non deve farsi carico di tutto il processo, che invece è condiviso a metà con la Persona che viene affiancata.
Che la trasformazione o la soluzione trovate funzionino poco, o tanto, o che vengano ostacolate, dalla Persona stessa, seppur in via di Facilitazione Evolutiva, in qualsiasi modo, o che fluiscano senza intoppi, a qualsiasi livello, questo non vieta assolutamente - e questo è tanto più vero nel Mental Coaching - che si possa riprovare in modo differente.
Ciò che fa la differenza, e ciò che conta, perché un Facilitatore Evolutivo non solo non dà soluzioni, ma non si avventura nemmeno troppo, con le sue domande, ad aiutare a definirne i dettagli, perché sempre di Consulenza si tratterebbe, è che la Persona possa guardarsi dentro e trovare, maggior chiarezza: quello che poi farà, con quella visione rischiarata, sarà la sua responsabilità.
Ma questo risultato non ha alcun obbligo di essere perfetto, impeccabile, "buona la prima": il "prova e sbaglia", in realtà, è uno dei modi di apprendere più potenti, ed occorre, nei limiti del possibile e dell'accettabile, che sia consentito... non solo alla Persona, ma pure al Facilitatore Evolutivo stesso.
Si facilita qualcuno anche nell'affiancarlo a trovare un nuovo modo di vedere ed interpretare anche una soluzione o un'interpretazione che si siano rivelate poco efficaci, per quanto, alla Sessione precedente, la si credesse *LA* Soluzione: tutto è lezione, specialmente un buco nell'acqua, una scelta non ottimale, un vicolo cieco.
"Sbagliando si impara": anzi "si impara sbagliando", come dicevano i latini, "errando discitur".
Il risultato perfetto, l'eccellenza, essere il numero uno: in un sistema piegato alle regole del successo, in un sistema che guarda tanto, troppo, agli Obiettivi di Risultato, dimenticandosi di quelli di Prestazione e di Processo, ci si dimentica, troppo spesso, del valore insito in una mancata vittoria, o in una difficoltà che si sta vivendo.
E in un Mondo e in un Tempo nel quale la Velocità e la Materia sono diventati miti insostenibili, la prima sempre a servizio della seconda,
Imparare da questo sprigiona risorse inusitate, inattese.
Quale maggior facilitazione se ne ricava, se ci si assume la responsabilità di non fuggire da un traguardo mancato, o da una difficoltà sfidante, se ci si carica su di sé il proprio Destino, e, con a fianco un Facilitatore Evolutivo che ci fa domande che ci aiutano a far luce, si riprende il cammino.
Provare.
E magari sbagliare.
E allora, provare meglio.
Assumersi la responsabilità, tutta, di questo processo, accettando una difficoltà, una mancata vittoria, come un'occasione di crescita, per comprendersi meglio, e dunque poter riprendere il cammino con maggior slancio.
Sembra così facile, affidarsi a qualcuno, buttargli il nostro groviglio tra le mani, strillare "Pensaci tu! Grazie!" e poi fuggire a gambe levate.
Sembra così facile, lasciarsi suggerire da qualcuno una soluzione, provarla, non riuscire (magari essendosi boicottati, sotto sotto, trovandola non in risonanza con noi), e poi puntare il dito e strillare "Ah, è colpa sua, eh?! Me l'ha detto lui, cosa fare e come! E io ho fatto proprio come mi aveva detto!"
E quando le cose vanno bene?
Se un'interpretazione o una soluzione si rivelano vincenti, ma non viene da noi, potremo veramente sentirci vincenti, capaci, evoluti?
Purtroppo, se non avremo preso in mano la situazione da noi stessi, l'unica cosa che potremo dire sarà che è stato proprio bravo, il nostro Consulente, o il nostro Maestro, a darci la chiave di lettura o la soluzione giusta.
La soddisfazione che raccoglieremo sarà direttamente proporzionale alla quantità di noi stessi che avremo profuso nella sua ricerca e costruzione.
Ma pure quando le cose vanno male...
Se qualcuno ci svelerà l'arcano secondo una sua visione delle cose che non c'entra niente con noi, o ci consiglierà male, a tal punto che non otterremo ciò che vorremo, e magari causeremo a noi stessi un danno, piccolo o grande che sia... a chi attribuiremo, la responsabilità? O, magari, addirittura, su chi scaricheremo la colpa di quanto accaduto?
Ma allora, più di tutto, se anche lì alzeremo le mani e punteremo un dito accusatore, come faremo a sentir pienamente nostra quella lezione?
Come faremo a sentirci pienamente coinvolti da quel legame di causalità tra risultato indesiderato ed intepretazione/soluzione non ottimale, se avremo soltanto la sgradevolezza dell'insoddisfazione ma nessun percorso di riflessione ed elaborazione iniziale a cui agganciarla e della quale dire: "eccolo, eccolo, il punto in cui bisognava ragionar così e non cosà!"?
L'assunzione di responsabilità, della propria responsabilità, unica, esclusiva, sulla propria vita, sul proprio cammino, sulle proprie scelte ed azioni, è l'unico modo che possa portare, nella maniera più piena, alla nostra crescita ed evoluzione.
Perché responsabilità e potere vanno di pari passo.
Il potere su di sé, di sciogliere i nodi nelle radici, di nutrire i rami ed i frutti che portano, di proseguire nella propria evoluzione secondo la nostra chiamata, è imprescindibile dal grado di responsabilità che siamo pronti ad assumerci.
Come nel crescere, vivendo, che porta con sé, in modo del tutto naturale, l'assunzione di responsabilità sempre maggiori.
E non c'è soddisfazione più grande, poi, guardandosi indietro, e vedendo come prenderci quelle responsabilità abbia accresciuto il nostro potenziale e ci abbia permesso di diventare sempre più liberi.
Un Mental Coach non è un Maestro, o un Mentore, nell'esperienza, nell'avventura del Vivere.
Assolutamente no.
Eppure, qua e là, in questa pagina, come anche in altre di questo portale, e ancor più diffusamente in quella sulla Persona Daniele, parlo ampiamente di me, della mia Vita, della mia esperienza.
Perché?
Non con la pretesa di ispirare alcunché in alcuno: il mio percorso è il mio, unico, per mia convinzione ritagliato sulle lezioni che ho da imparare in questa Incarnazione, sull'Evoluzione specifica che ho da sviluppare in questo Percorso.
Ma è stato ed è un percorso, a guardare in retrospettiva, è stato caratterizzato da fasi... da Ere, anche estremamente differenti tra loro, in termini di ciò che si poteva cogliere dall'esterno, di me, della Persona Daniele, della sua andatura e del suo andamento, e di ciò che si muoveva, o non si muoveva, a livello interiore, mentale, emozionale, spirituale.
Poi, come dico anche altrove, gli ultimi quattro anni (a Luglio 2026) della mia Vita sono stati caratterizzati, grazie ad un input esterno di tutto rispetto, da una mia progressiva apertura alla messa in discussione di tutta una serie di assunti limitanti (su me stesso, ehm...) ed alla sperimentazione di... nuove possibilità, che hanno finito col dimostrare la parziale o anche totale inesattezza di molti di quei presupposti, di molte di quelle presunte verità granitiche.
Un input esterno, si badi, che non mi ha prescritto cosa fare e come, ma lasciandomi, com'era giusto che fosse, la piena libertà di provare, sperimentare, scegliere... e il gusto di scoprire, man mano, cosa poteva essermi possibile, in più.
Ecco che mi sono ritrovato a far cose che non avrei creduto possibili, ora pensando in modo alternativo e trovando soluzioni differenti, ora facendo ricerche e documentandomi... e, sempre, sempre, provando.
E tra queste possibilità che mi sono concesso c'è stata pure quella di imprimere alla mia Vita una notevole virata, cimentandomi in un master on-line in Mental Coaching della durata di un anno, ed ottenendo una prima preparazione ed una certificazione che mi consentono di abbracciare con coscienza e responsabilità la professione di Mental Coach.
E quale è l'essenza di questa professione?
E' quella di affiancare le persone, ponendo loro delle Domande quanto più aperte e potenti, per facilitarle nel trovare le proprie risorse e le proprie soluzioni per raggiungere i propri obiettivi, anche affrontando e mettendo in discussione credenze limitanti che ostacolano il proprio percorso.
Lo faccio, avendo vissuto ed esperito anch'io, in prima persona, cosa significhino le credenze limitanti, e come si viva, si percepisca, si senta, da dentro (limitatamente alla mia esperienza, è chiaro), tanto di ciò che può rallentarci.
La mia preparazione teorica, insomma, non è astratta: è una base, tecnica, e dunque fondata, che corrobora la mia personale esperienza e ciò che, provando, ho visto accadere in me.
Ecco, allora, che fare il Mental Coach diventa la mia occasione per diffondere quello spirito di apertura, sostenuto da un vero e proprio metodo di lavoro fondato sulla concretezza del fare, che per me è stata determinante per attuare vere e proprie rivoluzioni nella mia vita.
Daniele Bergamini Garuti
Facilitatore Evolutivo
Bologna, 2025-07-27
"Cosa significa "Coach"? E "Coaching"?"
Il termine inglese "Coach", comunemente utilizzato in ambito sportivo e mutuato dal mondo di cultura anglosassone, indica, di solito, la figura di un Allenatore.
"Coaching", dunque, tradotto in senso comune, significa "allenamento".
"Ah, dunque sei un Allenatore Mentale! Capito!"
No, metterla così è semplificatorio e, soprattutto, fuorviante.
"Perché "Allenatore Mentale" non rende l'idea ed è fuorviante? Hai appena detto che..."
Vediamo di far chiarezza, restando all'esempio sportivo, perché, per confronto e contrasto, è illuminante.
Un Allenatore sportivo, innanzi tutto, stabilisce (o magari riceve, dalla società sportiva) un obiettivo di risultato che l'atleta o il gruppo dovrà raggiungere.
La conquista di N medaglie di bronzo/argento/oro in altrettante discipline alle Olimpiadi dell'anno X?
La conquista del primo posto al tal Campionato A che si terrà nel periodo T?
Oppure (per entrare nella terminologia tecnica) potrebbe stabilire un obiettivo di performance: per esempio, per un atleta della corsa di tipo B su una certa distanza X, di superarla in un certo tempo massimo Y; oppure, per un attaccante di una squadra di calcio, di fare N goal nell'arco di M partite.
Potrebbe, l'atleta o la squadra, di turno, avere voce in capitolo nello stabilire quegli obiettivi?
Forse.
Ma è quello che avviene dopo aver fissato gli obiettivi, ciò che fa veramente la differenza tra un Coach in senso classico e un Mental Coach.
Il nostro Coach sportivo dell'esempio, sa - o, almeno, si presume che lo sappia - come guidare quell'atleta, o quel gruppo, verso il raggiungimento di quei risultati.
È un po' lo stratega, che valuta, con uno sguardo dall'alto, le tappe che porteranno ai risultati voluti.
Fa tutto lui? Stabilisce lui, come debba allenarsi l'atleta o il gruppo?
No, per quello c'è il Preparatore Tecnico, che, appunto, tecnicamente, valuta le possibilità di miglioramento e stabilisce come, e con quale preparazione specifica, ottenerlo.
Insomma, in un contesto sportivo più basico, più essenziale, l'atleta, o il gruppo, è circondato da professionisti che sanno cosa si debba fare (o si presume che lo sappiano), che sia sulle lunghe distanze o nell'immediato, e glielo prescrivono con istruzioni dettagliate.
E il Mental Coach, che ormai, in ambito sportivo e non solo, è una figura imprescindibile?
Ebbene, il Mental Coach fa domande.
E perché le fa?
Perché il suo ruolo, a differenza di quello dell'allenatore e del preparatore tecnico, non è quello di dire dove arrivare, o cosa fare per arrivarci o come farlo.
Il suo ruolo è quello di affiancare una Persona per aiutarla a comprendere o determinare, da sé, tutto quanto possa essere utile, a livello mentale, per migliorare le proprie prestazioni.
Questo riguarda cosa la Persona vuole realizzare, concretamente, perché nell'ottica del Mental Coaching fissare un Obiettivo aiuterà a direzionare più efficacemente l'azione.
E questo può riguardare, certamente, ciò che la Persona crede o pensa su di sé o sull'ambito di interesse o qualsiasi altro aspetto riguardante le sue prestazioni.
E può riguardare le Opzioni a propria disposizione, per migliorare.
E, ancora, riguarda, il prossimo passo, la prossima azione, per avvicinarsi all'obiettivo che si è fissato, perché aver chiara, nella Mente, con precisione, la prossima cosa da fare, è ciò che permette di proseguire il cammino.
"Ho capito! Il Mental Coach mi guida passo-passo, con le sue domande, per farmi pianificare precisamente cosa devo fare!"
In realtà... no, non è proprio così.
Ed è, infatti, questo, un aspetto sottilissimo, facilmente fraintendibile, dell'attività del Mental Coach e del processo di Mental Coaching.
Partiamo da quel "Mental", cioè "Mentale", che si riferisce ad aspetti mentali.
Allora, da un lato è vero, perché il Processo accompagni la Persona a decidere un'azione che la porti concretamente ad avvicinarsi all'Obiettivo, che bisognerà bene che alla fine il Mental Coach domandi, in concreto, alla Persona, cosa pensa che potrebbe fare.
Ma questo deve sempre riguardare solo ed esclusivamente gli aspetti mentali eventualmente coinvolti in quella specifica azione, mai i suoi aspetti tecnici.
Se un Mental Coach ponesse domande sugli aspetti tecnici relativi a quell'azione, finirebbe con lo sconfinare dal Mental Coaching al Consulting, contravvenendo alle prescrizioni ed alle norme sul suo ambito operativo.
Un esempio di domanda vietata, apparentemente da Mental Coach, ma in realtà da Consulente:
"Di che marca li comprerai, i colori ad olio?" [Ad un Pittore che voglia uscire da una crisi creativa e fare una nuova Personale nel giro di un anno]
Quale marca di colori acquistare è un aspetto tecnico della professione di Pittore.
"Che cosa hai imparato dall'uso di quei colori che usavi, che può esserti utile ricordare anche adesso?"
"Come vorresti sentirti, utilizzando colori differenti da quelli che, hai detto, hanno contribuito a questo periodo senza dipingere?"
Queste, invece, sono domande che aiutano la persona a comprendere se stessa, ciò esplorando dentro di sé, ed a decidere, poi, in autonomia, senza dover rendere conto al Mental Coach, come procedere.
Quindi, per esempio, il nostro Pittore dell'esempio potrebbe decidere di esplorare una certa marca di pigmenti di cui ha sentito parlare, o magari di volerne testare tre, differenti, per scegliere a ragion veduta.
E la domanda non sarà tanto su cosa la Persona farà, nei dettagli, e come e quando, quasi che al Mental Coach si debba o si dovrà rendere conto, ma piuttosto su quale azione pensa e sente che la avvicinerebbe all'Obiettivo.
Perché la prima persona alla quale il Coachee (cioè, chi viene affiancato dal Mental Coach, chi è il protagonista del Processo di Mental Coaching) deve render conto è... be', se stesso.
In questo esempio concreto ho proposto domande sull'azione.
Ma nell'arco di ogni Sessione può capitare di esplorare aspetti riguardanti l'Obiettivo, lo stato attuale delle cose, le possibili opzioni disponibili, e tanto altro... sempre, sempre, sarà fondamentale, per il Mental Coach, aiutare con le sue domande la Persona ad esplorare gli aspetti mentali legati a tutti quegli aspetti, e sempre, sempre, immancabilmente, nella prospettiva dell'Obiettivo da raggiungere.
"Ho capito! Il Mental Coach è uno Psicologo/Psicoterapeuta?!"
No, nella maniera più assoluta.
Lo Psicologo e lo Psicoterapeuta sono figure la cui abilitazione alla Professione, di tipo medico, è acquisibile, per Legge, solo dopo il conseguimento di una Laurea specifica e il superamento di un percorso di praticantato, e questo avviene perché questo tipo di figure ha la missione di esplorare la struttura psicologica e il contatto con la Realtà di una Persona, anche e soprattutto aiutandola a scavare nel proprio Passato, e, nel caso serva, limitatamente al Terapeuta, di accompagnarla in un percorso nel quale tutto questo viene ristrutturato per poter condurre una vita personale e di relazione soddisfacente con una buona aderenza ad un senso di Realtà.
Questa ristrutturazione può essere effettuata esplorando il Passato, eventuali traumi ed episodi o situazioni del vissuto, ed andando a rielaborare come tutto questo si sia sedimentato ed i meccanismi non funzionali che possano essersi attivati ed instaurati a seguito di ciò.
Le competenze di un Mental Coach non comprendono e non necessitano, per Legge (al Luglio 2026, in cui scrivo queste righe), quelle date da uno studio formale e legalmente riconosciuto in ambito medico e psicologico, in quanto l'ambito di lavoro è differente.
Lo Psicologo riconosce e diagnostica strutturazioni interne nella Psiche disfunzionali rispetto ad un esame di Realtà.
Lo Psicoterapeuta accompagna a ristrutturare quanto sia disfunzionale perché torni ad essere funzionale, per una vita soddisfacente e coerente con un esame di Realtà.
Il Mental Coach, invece, aiuta, tramite domande, la Persona, a comprendersi meglio, ad acquisire maggior consapevolezza sulle proprie risorse ed opzioni realisticamente disponibili o raggiungibili, in funzione di un obiettivo di miglioramento delle proprie prestazioni (in senso largo) rispetto ad un qualsiasi contesto o settore o situazione della Vita.
Ogni eventuale riferimento al Passato, nell'esplorazione, non ha assolutamente lo scopo di ristrutturare nulla, ma semplicemente di chiarire, nel Presente, e rispetto ad un Obiettivo nel Futuro, ciò che c'è, ciò che può essere inteso differentemente, cosa è funzionale e cosa non lo è, sempre e soltanto rispetto a quell'Obiettivo ed a ciò che è coinvolto relativamente ad esso.
Se il Mental Coach tentasse di far esplorare il Passato al Coachee per farglielo rielaborare, o anche solo per indagare sulle cause di un problema attuale, commetterebbe uno sconfinamento nell'esercizio abusivo della professione medica... il ché, per la Legge vigente, è un reato.
Ed anzi, sempre per Legge, il Mental Coach, qualora ravvisi una sofferenza nel Coachee legata al Passato che abbia una qualche influenza sul suo vissuto, e che il Coachee abbia qualche difficoltà a gestire, è tenuto a suggerirgli di rivolgersi ad una figura professionale qualificata in ambito medico per farsi aiutare a risolvere quella difficoltà!
"Ma dunque, se non serve la Laurea, se non c'è un Ordine, dov'è scritta, come si fa a saperla, tutta 'sta roba su cosa un Mental Coach può o non può fare?"
La professione del Mental Coach, come tutte quelle per le quali non è prevista l'appartenenza ad alcun Ordine riconosciuto, è regolata dalla Legge 4/2013.
Inoltre, per l'erogazione del servizio di Mental Coaching, esiste una normativa di riferimento specifica, cioè la UNI 11601:2024.
Tale norma definisce chiaramente cosa sia il servizio di Mental Coaching, quali siano ruoli e responsabilità di Mental Coach e Coachee, le modalità di erogazione, ed i criteri per garantirne qualità e trasparenza.
Eccone un riassunto.
- Le persone coinvolte sono il Mental Coach e il Coachee (cioè il Cliente, la Persona con la quale il processo di coaching avverrà). Possono esserci parti a monte da un lato e dall'altro, cioè il Committente (lato Coachee) ed il Fornitore (lato Mental Coach)
- è un servizio professionale, e consiste in una collaborazione (partnership) tra Coach e Coachee, fondata sulla fiducia reciproca e nel quale entrambe le parti si assumono in modo paritario la propria parte di responsabilità ("50 e 50") sull'esito
- nel Mental Coaching si raggiungono Obiettivi specifici, definiti insieme al Cliente e ad un eventuale Committente che possa aver richiesto il servizio. Un Committente potrebbe essere una Azienda interessata a supportare un proprio dipendente nel raggiungimento di un certo obiettivo: per esempio, il miglioramento dei tempi di risposta nel lavoro ad un centralino?
- Ruoli, responsabilità, modalità, sono scritti in un Patto di Coaching, concordato ed accettato liberamente da tutte le parti coinvolte
- Il Lavoro del Mental Coach consiste nel facilitare il Coachee a trovare Consapevolezza sulle proprie risorse, ad acquisirne di nuove se necessarie per conseguire l'Obiettivo, ad esplorare soluzioni proprie, a migliorare le proprie prestazioni: questo è da intendersi da un punto di vista squisitamente mentale, nella gestione del Coachee di tutti questi aspetti
- Il Coaching non è Consulenza, perché non fornisce e non aiuta nemmeno a trovare, concretamente, soluzioni ad un problema o modi specifici di arrivare ad un certo risultato.
Se facesse così, il Coachee perderebbe la gioia di trovare da sé la soluzione
- Il Coaching non si concentra nemmeno sul "cosa farai", quanto piuttosto sul "come ti senti al riguardo? Che cosa hai imparato che potrebbe esserti utile? Come ti poni di fronte a questa convinzione? Quale azione pensi che potresti fare?"
- Il Coaching non è Mentoring, perché il Mental Coach non è un Maestro o un Saggio e non dice "fai come me" o "fai come ho fatto io", perché non può arrogarsi il diritto di sapere se la soluzione che ha funzionato per lui funzionerà necessariamente anche per il Coachee.
Inoltre, se lo facesse, instaurerebbe un rapporto di tipo Grande (il Mentore) e Piccolo (il Coachee), e questo tradirebbe l'idea di Mental Coaching come un processo che aiuta la Persona a potenziare la propria performance tramite nuove e migliori risorse, e ne verrebbe danneggiato quel senso di assunzione di responsabilità che è fondamentale
- Il Coaching non è Formazione, perché il Mental Coach non è un Maestro/Insegnante/Formatore/Esperto e non dice "ti insegno io come fare la tal cosa", in quanto, se lo facesse, il Coachee perderebbe l'esperienza dell'apprendere, con i suoi tempi e modi, quella competenza, e dunque anche la relativa soddisfazione;
- Il Coaching non è Psicoterapia, perché guarda avanti ad Obiettivi, non al Passato per curare qualcosa con strumenti psicoterapeutici.
- La "Coachability" è la disponibilità - caratteristica fondamentale - del Coachee ad impegnarsi nel Processo di Coaching.
Il Mental Coaching non può essere imposto, mai, perché un Coachee che non se la sente e dunque non collabora, inficia ogni possibile risultato del 50%!
- un percorso di Mental Coaching non può essere instaurato in maniera approssimativa, ma a garanzia di tutti, il primo requisito è che si sia stabilito se sia fattibile, avendo innanzi tutto definito quali siano le esigenze del Coachee.
Inoltre devono essere chiari l'Obiettivo, la modalità (è on-line? è off-line? E' misto?), la durata (quante sessioni potrà durare? In quale arco di tempo?), i limiti del servizio erogato (il Mental Coach a quante telefonate extra-Sessione risponderà? Di quale durata? In quali orari? A quale costo?).
- Anche una spiegazione chiara, che venga effettivamente compresa, di come funzionerà, e quanto costerà (e quali saranno le modalità di pagamento), non può mancare, ed è responsabilità del Coach.
- Durante il percorso, sarà importante monitorare il suo andamento.
- La norma ricorda pure come il Mental Coaching sia un servizio erogabile come Libera Professione, all'interno di un'azienda o di una organizzazione, oppure, ancora, in ambito sociale, organizzativo, sociale, sportivo.
- Infine, perché questa norma, con tutte queste regole?
Per garantire qualità e professionalità del servizio, favorire scelte consapevoli da parte del Cliente, ed anche creare un mercato trasparente e aderente agli standard.
Insomma, in sostanza, questa norma garantisce che il servizio di Mental Coaching venga erogato in modo serio, strutturato, trasparente e rispettoso della Persona.
La norma UNI 11601:2024 è scaricabile, a pagamento, dal sito web dell'Ente UNI, a questa pagina (link esterno).
"Sì, ma come funziona una Seduta?"
Intanto, si chiama "Sessione": il termine "Seduta" è usato in ambito medico e psichiatrico.
In una Sessione standard, cioè che non sia una preliminare di conoscenza,
- dopo aver ottenuto i permessi per la registrazione ed archiviazione della Sessione,
- il Mental Coach spiega come si lavorerà insieme, con quali metodi
- il Mental Coach chiede quale Obiettivo il Coachee vorrebbe raggiungere per la Sessione
- se non lo si è stabilito precedentemente, il Mental Coach aiuta il Coachee, con domande, a determinare un Obiettivo finale da raggiungere. A seconda del modello di Mental Coaching utilizzato (G.R.O.W., C.L.E.A.R., O.S.K.A.R, F.U.E.L), questo obiettivo avrà caratteristiche più o meno definite, ma, sempre, si definiscono criteri per stabilire se lo si sarà raggiunto
- in genere si esplorerà la situazione di partenza, ma con accenti diversi in funzione del modello di Coaching utilizzato
- anche per la valutazione delle possibilità a disposizione del Coachee, differenti modelli di Coaching porteranno sfumature diverse
- ogni Sessione deve concludersi con il momento del Feedback, termine inglese che si può tradurre come "riscontro che nutre".
Cioè, Coach e Coachee si descrivono, reciprocamente, come hanno trovato la Sessione, e come valutano la comunicazione intercorsa ed il lavoro svolto insieme: per il Mental Coach, può essere utile, nel chiedere il Feedback del Coachee, proporre a quest'ultimo di usare un modello che gli consenta di esprimergli una valutazione.
Per esempio, su ciò che ritiene il Coach abbia fatto bene (e dunque debba continuare a fare), su ciò che potrebbe migliorare, e su ciò che ritiene non dovrebbe fare più
- il Coachee, dopo una Sessione, deve poter, per quanto possibile, trovarsi con le idee più chiare riguardo almeno una azione pianificata, anch'essa con caratteristiche diverse secondo il modello di Sessione utilizzato
- un altro aspetto che deve obbligatoriamente essere chiaro è quando sarà, esattamente, la prossima Sessione
- all'inizio di Sessioni successive alla prima, è prevista l'esplorazione di quanto fatto dal Coachee dopo la Sessione precedente, se si era stabilito un Piano d'Azione, così da poter celebrare ogni passo avanti, trovare cosa si possa cogliere, di utile, dall'esperienza vissuta, e vedere se e come l'Obiettivo di Sessione e/o del Percorso possano essere adattati
- In una Sessione che concluda un percorso, ancor più (ma non esclusivamente) se si accerta che i criteri di raggiungimento dell'Obiettivo sono soddisfatti, è un piacere celebrare quanto realizzato dal Coachee, ed accompagnarlo in un'auto-riflessione su quali Competenze e Risorse abbia acquisito lungo il Percorso, su quali ostacoli abbia superato, e su cosa abbia consapevolizzato ed appreso su di sé.
"Uh, quanta roba! Ma quanto dura, una Sessione?!"
Una sessione di Mental Coaching dura tra i cinquanta minuti e un'ora, e solo raramente di più.
"Ma quindi, in una Sessione non è tutto risolto? Non ne basta una? E se non basta, quante ne servono, allora? Ma, Sessioni Infinite, può succedere?!"
Vi sono numerosi fattori che possono influire sulla durata di un percorso di Mental Coaching: dipende dalla portata dell'Obiettivo, dal punto di partenza, dall'efficacia della collaborazione tra Mental Coach e Coachee...
Ed occorre anche considerare l'eventualità che si siano fatte, o meno, una Sessione conoscitiva propedeutica ed una conclusiva.
E non bisogna dimenticare che un Percorso può terminare, di comune accordo tra Coach e Coachee, anche prima che un certo Obiettivo sia stato raggiunto, se il Coachee sente di aver acquisito quegli strumenti interiori che gli permettano di proseguire il cammino in autonomia.
Nella mia esperienza personale, un Percorso di lunghezza media di 5-6 Sessioni può essere sufficiente per molti Obiettivi.
E, mi pare utile riportare anche quanto mi è stato insegnato (da un Mental Coach professionista): essendo, questa, una Disciplina improntata ai risultati, a meno che l'Obiettivo non sia talmente vasto da richiedere una scomposizione top-down in mini-Obiettivi intermedi, un Percorso troppo lungo potrebbe, giustamente, far sollevare un sopracciglio.
L'Obiettivo di un Mental Coach, è sempre, è quello di affiancare la Persona non perché dipenda da lui/lei (sarebbe molto, molto anti-etico!), ma perché, sempre più, acquisisca autonomia, sicurezza di sé, potere personale.
"Avrò bisogno di preparare e avere qualcosa, con me, nella Sessione?"
No, non è strettamente indispensabile che tu abbia un qualsiasi tipo di materiale.
Nulla ti vieta di averne, per esempio se desideri prendere appunti.
"Su quali tipi di Obiettivi è possibile lavorare insieme?"
Tematicamente parlando, in teoria, non ci sono limitazioni, ma in base a statistiche fornite da ICF (International Coaching Federation) pare che per i Mental Coach sia più facile emergere grazie ad una settorializzazione del proprio lavoro, cosa che determina una specializzazione, nella maggioranza dei casi (intorno all'80%), di questo tipo di figure professionali.
Per sua natura, poi, la Disciplina del Mental Coaching può essere applicata a qualsiasi Obiettivo per il quale si riesca a definire una qualche misurabilità, o un criterio che possa aiutare a stabilire se lo si sia raggiunto.
Tant'è che la classica domanda, la più basica, per cominciare a definire un Obiettivo è, semplicemente: "Cosa dovrebbe succedere, perché tu potessi sapere di avere raggiunto il tuo Obiettivo?"
"Cosa succede, dopo una Sessione? Ci sono "compiti a casa"?"
Non è assolutamente possibile o appropriato definirli "compiti a casa", perché il Mental Coach non è un Maestro, non diffonde conoscenza, e dunque non ha bisogno di verificare che una lezione sia stata assimilata correttamente.
Piuttosto, nel Mental Coaching, soprattutto in modelli più strutturati e focalizzati su risultati concreti, come il G.R.O.W., ogni Sessione dovrebbe, idealmente, terminare con un Piano d'Azione che il Coachee abbia strutturato e dettagliato da sé.
E l'assunzione di Responsabilità da parte della Persona, del Coachee, comprende l'impegno a metterlo in pratica.
"Cosa succede, se arrivato ad una Sessione non ho fatto quello che avevo ipotizzato di fare in quella precedente?"
L'approccio maieutico impedisce che questo sfoci in un dramma, o in un "j'accuse", perché il Mental Coach ha l'obbligo, per legge, di non essere mai giudicante, perché questo violerebbe il concetto fondamentale di eguaglianza tra Mental Coach e Coachee.
"Io non ne so più di te" deriva anche da "Io non sono più di te".
Quindi, se il Coachee non ha fatto quello che aveva previsto, seppur di sua spontanea volontà e libera scelta, il Mental Coach porrà domande aperte e potenti... non per capire, lui, il Coach, cos'è accaduto, ma semplicemente per aiutare il Coachee a comprendere, da dentro, quali dinamiche si siano attivate.
"Sbagliando si impara", è un principio tremendamente importante ed utile, nel Mental Coaching.
"Mi serve qualche tipo di preparazione, prima della Sessione?"
No. Tuttavia, in Sessioni successive alla prima, la preparazione potrebbe stare, volendo, nell'aver compiuto, se era previsto dalla precedente Sessione, le eventuali azioni previste nel Piano... ma non è obbligatorio in senso stretto, perché, sempre, la libertà del Coachee, della Persona protagonista del processo di Mental Coaching, è sacra.
"E se non mi convincesse? Funzionerebbe ugualmente, oppure no?"
Dipende.
Se sono coinvolto, con una responsabilità al 50%, in un Processo di Evoluzione che mi riguarda, anche se non sono convinto dalla sua efficacia, accetto, comunque, di mettermi in gioco e di addentrarmi nelle riflessioni e nelle considerazioni che riguardano me e il mio Obiettivo?
E, quando si arriva al plateau di una mia eventuale convinzione limitante, accetto, comunque, la sfida con me stesso di provare a metterla in discussione?
E quando si tratta di provare a pensare ad un'azione concreta che potrei pianificare, abbraccio seriamente l'idea di impegnarmi a provare, almeno?
Se la risposta a tutte queste domande fosse "sì", be', allora potrebbe forse essere un po' più probabile che il Processo di Mental Coaching funzioni comunque, anche in presenza di scetticismo o di dubbi.
Non solo.
La propria percezione del Metodo, e, fattore non meno importante, di come il Mental Coach lo esprime.
La propria percezione del senso di sintonia rispetto al Mental Coach... come professionista e come Persona.
La propria percezione su... sulla percezione, da me presunta, di me, da parte del Mental Coach.
La mia storia riguardo l'Obiettivo, e riguardo gli altri Obiettivi del Passato, che siano stati raggiunti o meno... la mia percezione di Me.
Anche tutti questi fattori, ed infiniti altri, potrebbero avere un'influenza sull'efficacia del Processo di Mental Coaching.
"Il Mental Coaching è una disciplina adatta a tutti?"
Vale la pena ricordare alcuni punti nodali fondamentali, riguardo il Mental Coaching.
Non può essere considerato un sostituto di pratiche mediche, psicologiche, psichiatriche, psicoterapeutiche... insomma, il Mental Coaching non serve a guarire tutto ciò che richiederebbe le cure di una figura professionale in ambito medico e/o della cura della Mente.
E richiede un'assunzione di responsabilità, al 50%, da parte della persona, del Coachee, sull'esito del Processo.
E richiede, infine, alla Persona che decide di rivestirsi del ruolo di Coachee, e... la disponibilità a mettersi in gioco, per evolvere, magari affrontando eventuali parti di sé non più funzionali, uscendo dalla propria comfort zone.
Ecco, allora, che il Mental Coaching potrebbe non essere adatto:
a chi non vuole - o non se la sente di - impegnarsi a lavorare su di sé per superare le proprie convinzioni limitanti...
o a chi non vuole - o non se la sente di - prendersi responsabilità sul proprio percorso e magari preferisce scaricare comodamente le responsabilità di tutto su qualcun altro...
e potrebbe non essere adatto, poi, a chi soffra di una patologia che abbia una qualche influenza o o porti una qualche alterazione alla percezione di Sé ed al proprio senso di realtà, o che spinga la Persona, anche inconsciamente, a caricare il Mental Cocah di una fantasiosa speranza, del tutto fuor di realtà, di guarigione da quella patologia.
Val la pena evidenziarlo.
In caso di patologie importanti della Persona, di qualsiasi natura esse siano, per decidere l'opportunità di lavorare insieme col Coaching ad un Obiettivo, ma anche per comprendere quali limitazioni potrebbero venir coinvolte durante il Percorso, a causa di quelle patologie, potrebbe essere utile il collaborare con i medici e gli specialisti che seguono la Persona: ogni informazione può aiutare a definire meglio e più realisticamente come agire, quali sfide siano possibili e quali no, quali Azioni siano fattibili e quali no...
Propongo, in questa sezione, suddivisa per tematiche e prospettive, una lista di testi che guidano nella scoperta del funzionamento della nostra Mente e che propongono applicazioni di questa comprensione.
Un testo che raccoglie storie vere di persone che hanno superato gli effetti di danni o problemi cerebrali anche gravi grazie al fenomeno della neuroplasticità, ossia la capacità del cervello di adattarsi, modificarsi, riorganizzarsi, in termini di connessioni e di funzionalità.
Norman Doidge
Il Cervello Infinito
https://www.ponteallegrazie.it/libro/il-cervello-infinito-norman-doidge-9788868331573.html
Testo fondamentale, scientificamente basato sull'Epigenetica, che dimostra l'influenza di fattori ambientali, delle proprie Credenze, e addirittura dei propri Pensieri sulle cellule e sul corpo.
Bruce H. Lipton
La Biologia delle Credenze - Come il Pensiero influenza il DNA e ogni Cellula
https://www.gruppomacro.com/prodotti/biologia-delle-credenze-4d
Testo di riferimento sulla biologia dello stress, volto a spiegare come la Mente umana attivi la risposta "attacco o fuga" anche per stress psicologici molto moderni e calati nel nostro quotidiano (come, ad esempio, esami, obiettivi lavorativi), e dunque con un'influenza sul corpo.
E' anche in ragione di questa conoscenza, che la gestione dello stress (non inteso in senso clinico, medico o psicologico) nel Coaching non è assolutamente trascurabile.
Robert M. Sapolsky
Perché alle zebre non viene l'ulcera
https://www.castelvecchieditore.com/prodotto/perche-alle-zebre-non-viene-lulcera/
Cuore contro Cervello.
Emozioni contro Razionalità.
E' idea diffusa, quella secondo la quale sia possibile scegliere ed agire su basi esclusivamente razionali, senza alcuna influenza da parte delle nostre emozioni.
Il testo qui presentato, in realtà, rivela come proprio le emozioni siano alla base, biologicamente parlando, di ogni nostra decisione.
Ecco perché nel Coaching la gestione dello stato emotivo viene presa grandemente in considerazione, in quanto influisce su performance e scelte "logiche".
Antonio Damasio
L’errore di Cartesio - Emozione, ragione e cervello umano
https://www.adelphi.it/libro/9788845911811
Un celebre libro che ha introdotto, tra l'altro, il concetto delle "autostrade di neuroni", ossia di quelle connessioni neuronali talmente rafforzate che, da un punto vista della pratica, del comportamento, rendono più semplice seguire un'abitudine piuttosto che tentare qualcosa di differente.
Charles Duhigg
Il Potere delle Abitudini
https://www.tealibri.it/libri/charles-duhigg-il-potere-delle-abitudini-9788850236909
Un breve elenco di libri pubblicati che partendo dal funzionamento della Mente, ossia di come le informazioni vengono raccolte ed utilizzate, arrivano al collegamento tra Pensiero ed Azione, mostrando anche, in qualche caso, come questo nesso possa essere utilizzato per la propria Crescita Personale.
Un testo fondamentale, che chiarisce come i pensieri non siano tutti uguali, nel processo con il quale si arriva a formularli, e nelle premesse biofisiche.
Esistono pensieri lenti e pensieri veloci, e non necessariamente solo perché pensieri sono tutti corretti e non sempre partono da presupposti e da schemi ragionevoli. Un viaggio alla scoperta del Cervello, strumento sofisticatissimo, dal consumo energetico notevolissimo, e delle sue caratteristiche, sempre vantaggiose, in qualche modo... ma dipende dal punto di vista: se nostro, o suo.
"Usa il cervello!"
Sì, ma come?
Daniel Kahneman
Pensieri Lenti e Veloci
https://www.mondadoristore.it/pensieri-lenti-e-veloci-libro-daniel-kahneman/p/9788804736127
Un testo illuminante, frutto di ricerche condotte sul campo, su come le persone prendano decisioni in condizioni difficili.
Klein è uno degli sviluppatori dell'approccio naturalistico alla presa di decisioni: secondo questo approccio, le persone sono naturalmente dotate di capacità e di esperienza.
Gary A. Klein
Sources of Power: How People Make Decisions
https://www.amazon.it/Sources-Power-People-Make-Decisions/dp/0262611465
Il Saggio con il quale la Psicologa di Stanford introduce la distinzione scientifica tra "Mentalità Statica" e "Mentalità di Crescita".
La dimostrazione dell'esistenza della Mentalità di Crescita, ossia della capacità di apprendere e di migliorarsi, con l'allenamento e con un approccio costruttivo all'errore, è fondamentale per il Mental Coaching.
Carol Dweck
Mindset: Cambiare forma mentis per raggiungere il successo
https://www.francoangeli.it/Libro/Mindset-Cambiare-forma-mentis-per-raggiungere-il-successo?Id=20744
Celebre per il suo lavoro sull'Intelligenza Emotiva, in questo Saggio, Goleman esplora il tema dell'attenzione, paragonandola ad un muscolo mentale.
E i muscoli si possono allenare, naturalmente.
Daniel Goleman
Focus: Come mantenersi Concentrati nell'Era della Distrazione
https://www.rizzolilibri.it/libri/focus/
Lo stato di Flow (Flusso), è una sorta di "rapimento" cosciente nel quale si fa esperienza di una totale concentrazione e di un completo assorbimento nell'attività che si sta svolgendo, a tal punto che, uscendone, è comune ritrovarsi a dire che "il Tempo è volato".
Una sorta di trance, che produce felicità.
Mihaly Csikszentmihalyi
Flow: Psicologia dell'esperienza ottimale
https://www.roiedizioni.it/prodotto/libri/flow-mihaly-csikszentmihalyi/
Un elenco di libri, molti dei quali veri e propri capisaldi, per addentrarsi nella Disciplina del Mental Coaching e degli svariati argomenti connessi.
Un testo pubblicato per la prima volta nel 1974 (è di un paio d'anni più giovane di me!) nel quale si trovano quelle osservazioni che contribuiranno alla nascita della Disciplina del Mental Coaching.
In ogni partita, abbiamo un avversario, seppur spesso invisibile alla nostra stessa percezione, contro il quale viviamo una continua "partita interiore", ed ancora più temibile di quello che appare dall'altra parte del campo (o dell'area di gioco).
Ossia, si tratta di quello, dentro di noi, che prova, per i processi mentali già brevemente illustrati nel testo, a farci restare nella nostra "comfort zone"... del "non provare nemmeno, tanto..."
Le argomentazioni partono e traggono esempi dall'insegnamento del Tennis, ma le dinamiche e le implicazioni in evidenza sono evidentemente applicabili ad ogni ambito dell'esperienza umana che coinvolga il fare.
Timothy Gallaway
Il Gioco Interiore nel Tennis - Come usare la Mente per raggiungere l'Eccellenza. Edizione Aggiornata
https://www.mondadoristore.it/il-gioco-interiore-nel-tennis-come-usare-la-mente-per-raggiungere-l-eccellenza-ediz-aggiornata-libro-timothy-w-gallwey/p/9788817184113
Il testo che più di tutti ha codificato il Mental Coaching a livello di princìpi cognitivi, comportamentali, sociologici, filosofici, etici.
Fortemente radicato nella pratica in un contesto di business, mostra come il Coaching faccia la differenza, con uno spirito umanistico che si innalza da una visione egoistica dell'ottenere, ciascuno, i propri Obiettivi, anche se in contrasto con quelli degli altri, ad una visione nella quale è possibile aprirsi all'altro ed ottenere, tutti, Obiettivi armonici e comunitariamente sostenibili.
John Whitmore
Coaching
https://www.unicomunicazione.it/libri/coaching/coaching/
Testo molto tecnico, un vero e proprio manuale operativo, che però introduce anche una visione più profonda individuando, schematicamente, i livelli, i contesti, inseriti nella famosa e proverbiale Piramide di Dilts, ai quali una Persona si rapporta per pensare a se stessa, alle proprie motivazioni ed ai propri Obiettivi.
Robert B. Dilts
Il Manuale del Coach
https://www.unicomunicazione.it/libri/coaching/il-manuale-del-coach/
Un libro fortemente calato nell'esperienza in un contesto aziendale e manageriale, mostra con esempi i risultati grandemente differenti ottenibili sostituendo ad uno stile impositivo, improntato al comando, uno incentrato sulle domande, e, prima ancora, su una sincera curiosità di comprendere l'altro.
Un testo fortemente etico, umanistico.
Edgar H. Schein, Peter A. Schein
L'Arte di Fare Domande
https://www.guerini.it/index.php/prodotto/larte-di-far-domande/
Focalizzato sull'ambiente lavorativo, ma utile per comprendere come comunicare meglio, e soprattutto come fornire all'altro un riscontro che possa aiutarlo a crescere, è completo di considerazioni teoriche e di esempi pratici.
Alberto De Panfilis, Piercarlo Romeo
La Cultura del Feedback
https://www.amazon.it/gp/product/B08B1VRM6B
"Puoi correre più forte di così", potrebbe forse dire, seriosamente, un Allenatore.
"Io credo in te", sussurrerebbe un Guru.
"In te c'è più di quanto credi!", esclamerebbe (da un palco, tra gli applausi) un Motivatore.
"Dentro di me c'era più di quanto credessi. Scoprirlo ha fatto tutta la differenza, e per te può essere lo stesso", affermerebbe un Mentore.
Il Mental Coaching, con le sue domande aperte tutte volte ad instillare curiosità in chi se le sente porre, pur elevandosi nella sua espressione da fattori più semplici come la sola motivazione, il senso di competitività, l'insegnamento come passaggio di informazioni, è una Disciplina, ed una Metodologia, la cui validità è confermata, per una sua componente o per l'altra, per un suo aspetto o per l'altro, da una quantità di studi pubblicati.
Nel seguito, per chi desiderasse esplorare tali conferme, propongo una "piccola" selezione di articoli pubblicati.
Nel tentare (Daniele! Ricordati che "non esiste 'provare': c'è solo 'fare'!" ^_^;;) di strutturare la maggior parte di questa collezione in aree tematiche, faccio riferimento ad una tradizionale Sessione di Coaching idealmente suddivisa nelle fasi del classico modello G.R.O.W. e cioè, Obiettivo (Goal), Realtà (Reality), Opzioni (Options), e Piano d'Azione (Will), e a ciò che, sperabilmente, la segue (ossia, il Coachee che esegue il suo bel Piano d'Azione).
Buona lettura!
Come ogni (o almeno così suppongo) altro campo della Vita umana, anche il Coaching, come campo, come esperienza, ha attirato l'attenzione, il focus, la curiosità, di ricercatori, intenti a comprenderne i meccanismi.
Seguono alcuni Studi pubblicati.
Anthony M. Grant è un ricercatore determinante nella Psicologia, nella Scienza, che sta dietro al Coaching.
Ecco i riferimenti ad alcuni suoi articoli.
In questo articolo sul coaching nel settore lavorativo, Grant analizza l'evoluzione di questa disciplina nell'arco di tre generazioni, esamina il passaggio da una rigida gestione della performance alla promozione di culture organizzative basate su conversazioni di qualità che stimolino lo sviluppo, ed infine mostra l'integrazione, fondate su osservazioni sperimentali, di cornici di Coaching in situazioni lavorative moderne.
Coaching: An International Journal of Theory, Research and Practice
2017 (Pubblicato online nel tardo 2016)
DOI: 10.1080/17521882.2016.1266005
Grant e il Life Coaching
Uno studio esplorativo, che mancava, nonostante la grande popolarità del Life Coaching, sull'impatto di questa specifica disciplina sulla salute mentale, la qualità della vita ed il raggiungimento di Obiettivi su venti adulti partecipanti ad un programma fondato sul Coaching applicato alla Vita.
The impact of life coaching on goal attainment, metacognition and mental health (2003)
DOI: 10.2224/sbp.2003.31.3.253
Uno studio particolare, in quanto non rivolto ad adulti ma a giovani ragazze del liceo (in particolare, dell'età di 16 anni), sugli effetti positivi dell'applicazione del life coaching cognitivo-comportamentale, con l'aiuto di insegnanti addestrati nelle teorie e nelle tecniche della psicologia del Coaching. Tra gli effetti riscontrati, una maggiore forza interiore e livelli di speranza più elevati, nonché una diminuzione dei livelli di depressione.
Evidence-based life coaching for senior high school students: Building hardiness and hope (2005)
DOI: 10.53841/bpstcp.2005.1.1.12
Grant e gli approcci orientati agli Obiettivi
Un interessante articolo sulle differenze tra Obiettivi, e domande di Coaching, focalizzati su Soluzioni (verso le quali andare) e sui Problemi (dai quali allontanarsi).
Approaching solutions or avoiding problems? The differential effects of approach and avoidance goals with solution-focused and problem-focused coaching questions
DOI: 10.1080/17521882.2016.1186705
Un articolo nel quale Grant propone un modello strutturato ed integrato di Coaching orientato all'Obiettivo e basato sulle competenze di goal-setting (definizione degli Obiettivi), viste da una varietà di approcci, nel Coaching.
An Integrated Model of Goal‐Focused Coaching (2020)
DOI: 10.1002/9781119656913.ch7
Grant e il Coaching basato sull'Esperienza Pratica
Un articolo nel quale si dimostra, sulla base di prove scientifiche, come il Coaching possa supportare i manager durante fasi di ristrutturazioni aziendali.
The Efficacy of Executive Coaching in Times of Organisational Change
DOI: 10.1080/14697017.2013.805159
Un articolo estremamente interessante, pur se più rivolto a Counsellor e Psicoterapeuti, restii ad abbracciare anche il ruolo di Coach, con un'analisi di ciò che differenzia ma pure ciò che accomuna queste due vie. Una reticenza che potrebbe apparire strana, dato che Counsellor e Psicoterapeuti, per la natura delle loro competenze, hanno una maggior formazione ed esperienza nel guidare i propri Clienti, ma che si spiega, forse, con una percezione di una minor validità del Coaching, per il quale, per esempio, non sono necessari studi e pratica strutturati come per le due figure professionali già menzionate. Eppure, l'articolo presenta i vantaggi del Coaching sulla base di prove sperimentali.
Developing clarity on the coaching‐counselling conundrum: Implications for counselors and psychotherapists (2018)
DOI: 10.1002/capr.12188
Questa pubblicazione (del 2014), parte segnalando una mancanza di studi sull'efficacia del Coaching, almeno da un punto di vista squisitamente teorico, dato che quelli esistenti si concentrano su una varietà di Processi e di misurazioni dei risultati.
Quindi si propone di colmare questa lacuna con una meta-analisi sui dati disponibili riguardanti gli effetti del Coaching in contesto aziendale, prendendone in esame cinque categorie, sia teoricamente che praticamente rilevanti, come performance/capacità, benessere, adattamento, attitudini nel lavoro, auto-gestione rivolta agli obiettivi.
Lo studio si spinge a fornire i risultati con vere e proprie misurazioni numeriche di tale efficacia del Coaching nell'ambito e con i dati reali presi in esame.
Theeboom, Beersma & van Vianen (2014) – Does Coaching Work? A Meta‑Analysis
The Journal of Positive Psychology
DOI: 10.1080/17439760.2013.837499
Studio che presenta un'altra meta-analisi, che sintetizza lo stato della ricerca scientifica (ai tempi dell'articolo, il 2016) sull'efficacia del Coaching nei luoghi di lavoro.
E' interessante come lo studio si concentri su casi di servizi di Coaching erogati, in ambito lavorativo, non da manager o colleghi, ma da Coach effettivi, che siano esterni o interni all'azienda.
Le analisi dei dati calcolano e indicano, numericamente, effetti positivi del Coaching in azienda, in generale ed anche prendendo in esame tipi specifici di effetti (capacità, emotività, risultati individuali), nonché il peso, su tali effetti, di altri fattori della pratica di Coaching (feedback, tipo di Coach, formato di erogazione del Coaching, la durata), trovando risultati differenti da fattore a fattore.
Le conclusioni dello Studio vanno a supporto della potenziale utilità della pratica del Coaching nelle organizzazioni, e le possibili implicazioni su ricerca e pratica.
Jones, Woods & Guillaume (2016) – The effectiveness of workplace coaching
Journal of Occupational and Organizational Psychology
DOI: 10.1111/joop.12119
In una Sessione condotta con modello G.R.O.W., la prima fase è quella nella quale si definisce un Obiettivo.
Aiuta, in ciò, per esempio, un altro modello per gli Obiettivi, e cioè lo S.M.A.R.T., acronimo che sta per (come lo traduco io),
Specifico
Misurabile
Attuabile (l'Inglese, sarebbe Achievable, cioè Ottenibile (insomma, Fattibile): credo di aver trovato una traduzione fedele che conserva la "A")
Rilevante
Temporizzato
Idealmente, questo aiuta notevolmente a definire un Obiettivo che abbia maggiori probabilità di essere raggiunto, e di sapere con precisione a cosa si voglia arrivare.
E' anche vero che definire con precisione l'Obiettivo, secondo questi parametri, o anche già provarci, può, più che naturalmente, presentare non poche sfide...
Con questo articolo, gli Autori riassumono una ricerca empirica, durata ben 35 anni (!!!), sulla Teoria della Definizione di Obiettivi.
Descrivono le scoperte relative a questa teoria, i meccanismi coinvolti negli Obiettivi, aspetti moderatori degli effetti degli Obiettivi, il rapporto tra Obiettivo e soddisfazione, e il ruolo degli obiettivi come moderatori di incentivi.
Viene spiegata la validazione, esterna, di questa teoria e la sua significatività pratica.
Viene anche descritto come si collega ad altre teorie.
Locke & Latham (1990, 2002, 2006) – Building a practically useful theory of goal setting and task motivation: A 35-year odyssey.
American Psychologist
DOI (2002): 10.1037/0003-066X.57.9.705
Per questo articolo (seminale) di Leibenstein, sugli effetti Carrozzone, Snob e Veblen, di stampo psicosociologico, avevo (ed ho) l'imbarazzo su quale fosse la sezione (e dunque la fase di Sessione nel Modello G.R.O.W.) più opportuna in cui inserirlo, perché in realtà può presentarsi anche a livello di Realtà (Reality) e di Opzioni (Options).
Ma scelgo di inserirlo qui, nella sezione dedicata ai Goal, agli Obiettivi, perché mi pare che in questa Fase, forse, possa avere l'influenza più significativa.
L'effetto Carrozzone è la tendenza, in parole povere, a fare qualcosa "perché tutti fanno così".
Tralasciando il fatto che in una Sessione, al Mental Coach, se ha un'infarinatura di PNL, di fronte a quel "tutti", potrebbe partire subito una domanda, di chiarimento, per aiutare la Persona a fare un esame di Realtà ed a verificare se, veramente?, ma proprio tutti tutti?, facciano così... questo effetto può avere un peso enorme sulla scelta dell'Obiettivo, con il risultato che la Persona non si ascolti e non faccia, veramente, ciò che desidera.
L'effetto Snob, invece, è - com'è facile intuire - l'opposto dell'effetto carrozzone, e consiste nel rifiutare qualcosa... "perché lo fanno tutti", quale modo per distinguersi.
Infine, l'effetto Veblen, è la tendenza ad associare la dimostrazione del proprio valore a costi maggiori, con la parola "costi" che può essere intesa in senso monetario, ma anche a livello di sforzi compiuti.
Si noti che questi effetti possono avere implicazioni positive o negative a seconda del contesto: per esempio, l'effetto carrozzone, applicato ad una squadra sportiva nella quale la maggior parte degli atleti dia il massimo, può fungere da effetto traino anche per chi sarebbe meno motivato.
E per restare all'ambito sportivo di squadra, un effetto snob che spinga il fuoriclasse a fare del proprio meglio per mostrare la propria eccellenza, se riesce comunque ad inserirsi nel gioco di squadra, non potrà - si spera - far altro che bene.
Ultimo esempio sullo sport di squadra, per l'effetto Veblen: un atleta "da coltivare" appena inserito in una squadra di altissimo livello potrebbe sentire il peso di sentirsi non all'altezza, quasi fuori posto... l'effetto Veblen, il percepire il proprio valore (da dimostrare, dato che, in fondo, è stato ingaggiato) come qualcosa da dimostrare impegnandosi al massimo potrà, sperabilmente, motivarlo a migliorarsi.
Leibenstein (1950) – Bandwagon, Snob, and Veblen Effects
Quarterly Journal of Economics
https://gwern.net/doc/sociology/1950-leibenstein.pdf
(Ancora una volta, il PDF di un articolo in Inglese. Vale quanto già detto su altri articoli, per chi lo volesse in Italiano, sulla possibilità di tradurlo on-line o off-line con strumenti facilmente rintraccibili nel Web.)
Revisioni dei recenti (2004) sviluppi negli studi sull'influenza sociale, considerando articoli pubblicati tra il 1997 e il 2002.
I princìpi e i processi che stanno dietro la suscettibilità ad un'influenza dall'esterno, sono considerati alla luce di tre obiettivi fondamentali per un funzionamento gratificante dell'essere umano: avere una percezione accurata della realtà e reagire in maniera corrispondente, sviluppare e preservare relazioni sociali significative, e mantenere un concetto di sé favorevole.
Lo studio mette in relazione il modo in cui questi obiettivi possono interagire con forze esterne per instaurare processi di influenza sociale che sono sottili, indiritti ed inconsapevoli.
Robert B. Cialdini & Noah J. Goldstein
Social Influence: Compliance and Conformity
DOI: 10.1146/annurev.psych.55.090902.142015
La celebre Teoria del Prospetto, un modello cardine dell'economia comportamentale.
Le Persone possono, a volte, in condizioni di rischio, prendere decisioni irrazionali basate esclusivamente su percezioni soggettive su guadagni e perdire, piuttosto che su sul valore oggettivo dei risultati.
Perdere qualcosa
Un esempio classico è questo.
Un intervento chirurgico, necessario per salvare una persona gravemente malata, presentato con "la probabilità dell'80% di insuccesso" verrà rifiutato, statisticamente, di più, che se fosse stato presentato con "la probabilità del 20% di successo".
Il dato oggettivo sul rischio è esattamente lo stesso (all'80% di probabilità di insuccesso corrisponde, esattamente, il 20% di probabilità di successo), ma prospettare, da principio, un successo o un insuccesso dell'intervento cambia radicalmente la percezione, su quel rischio, di chi deve prendere quella decisione.
Parlare di "successo" dà una percezione di speranza, per quanto ridotta: parlare di insuccesso, invece, la toglie.
L'aspetto irrazionale, in questo specifico esempio, è questo: che cosa succerebbe, senza intervento chirurgico? Che la persona gravemente malata morirebbe.
Con una probabilità che questo avvenga... del 100%.
Perciò l'intervento, per quanto rischioso, sarebbe comunque - almeno restando ai soli numeri - preferibile al non far nulla.
Il fenomeno dell'avversione alla perdita viene anche utilizzato da chi vende un prodotto con una formula del tipo "oggi è l'ultimo giorno in cui hai l'occasione di uno sconto del 51%, da domani il prezzo tornerà pieno!"... quando, spesso, questo non è assolutamente vero e la presunta promozione è destinata a restare: ma nella Persona che non conosca queste tecniche potrebbe scattare, incontrollabile, l'avversione a perdere un'occasione tanto invitante...
Kahneman & Tversky (1979) – Prospect Theory
Econometrica
DOI: 10.2307/1914185
Nel modello di Sessione G.R.O.W., la fase Realtà, è quella nella quale si affianca la Persona nella valutazione della propria situazione, di ciò che c'è, di dove ci si trova in relazione all'Obiettivo che si è definito nella fase dell'Obiettivo (Goal).
E' anche una delle fasi durante la quale, esaminando la propria Realtà, o la propria percezione della medesima, e il proprio Mindset (traducendo: la propria Mentalità), possono emergere, più probabilmente, credenze limitanti.
In questo articolo, Carol Dweck introduce formalmente (è il 1988) la Teoria della Mentalità, distinguendo tra una Mentalità di Crescita, contraddistinta dalla convinzione che intelligenza ed abilità possano essere sviluppate tramite i propri sforzi e l'allenamento/la pratica, ed una Mentalità Fissa, che considera abilità ed intelligenza come tratti statici.
L'articolo considera l'effetto sui tipi di Obiettivi ai quali queste due Mentalità conducono: dunque, una Mentalità Fissa porta avanti Obiettivi legati alla Performance, mentre una Mentalità di crescita porta avanti Obiettivi di Competenza e Maestria.
Dweck (2006) – Mindset Theory
Psychological Review
DOI: 10.1037/0033-295X.95.2.256
La percezione di auto-efficacia, cioè la fiducia nella propria capacità di raggiungere specifici Obiettivi, è fondamentale un po' in tutte le fasi di una Sessione, ma può avere un effetto importante nel modo in cui la Persona guarda alla propria Realtà, come se fosse un filtro... un paio di lenti colorate che, se indossate, imprimono una loro sfumatura a ciò che si osserva.
L'auto-efficacia è uno dei predittori principali del successo, nel Coaching, perciò è fondamentale tenerne conto.
Albert Bandura ha scritto diversi articoli pubblicati sul tema dell'auto-efficacia, di alcuni dei quali riporto qui i link.
Il testo fondamentale:
Self-efficacy: Toward a Unifying Theory of Behavioral Change (1977)
Psychological Review, Vol. 84, No. 2, pp. 191-215.
https://psycnet.apa.org/doiLanding?doi=10.1037%2F0033-295X.84.2.191
Analysis of Self-Efficacy Theory of Behavioral Change (1982)
Advances in Behaviour Research and Therapy, Vol. 4, No. 3, pp. 139-169.
https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/0146640278900024
Un articolo nel quale Bandura collega applicazione dell'auto-efficacia e della teoria socio-cognitiva alla salute.
Health Promotion by Social Cognitive Means (2004)
Health Education & Behavior, Vol. 31, No. 2, pp. 143–164
https://link.springer.com/rwe/10.1007/978-3-319-24612-3_1167
La Fase delle Opzioni è quella nella quale si affianca la Persona ad esplorare gli aspetti mentali coinvolti nella formulazioni di possibilità, di ciò che si potrebbe fare, concretamente.
E' una fase che si poggia sui meccanismi di pensiero divergente, prima, e di pensiero convergente, poi.
Il pensiero divergente (molto noto come "brainstorming") è fondamentale nell'immaginare il più liberamente possibile le opzioni a propria disposizione, cosa che evita di escludere a priori opzioni.
Ciò a cui si punta, in questa prima parte, è la quantità di opzioni prodotte.
Il pensiero convergente, che è sollecitato in seguito, agisce come una sorta di filtro che passa in rassegna le opzioni pensate precedentemente, valutandole e filtrandole.
Ciò a cui si punta in questa seconda fase, è la qualità delle opzioni che "sopravvivono" alla valutazione.
Studio nel quale si dimostra empiricamente come lo stile comunicativo del Coaching (domande, domande, e ancora domande) stimoli la generazione creativa di idee.
Inoltre, viene citata l'esistenza del feedback e l'assenza di giudizio come fattori che stimolano i processi cognitivi con i quali si possono trovare soluzioni innovative
Passmore & Krimme
Coaching leadership and creative performance: A serial mediation model
Frontiers in Psychology
DOI: 10.3389/fpsyg.2023.1077594
Lo scopo di questo Studio è quello di determinare l'effetto della tecnica di brainstorming sui risultati accademici degli studenti (22 casi) e sul pensiero creativo (8 casi).
Gli effetti vengono misurati numericamente ed opportunamente mediati.
Viene rilevato che mentre l'effetto del brainstorming sui risultati accademici è medio, quello sul pensiero creativo è forte.
The Impact of Brainstorming Technique on Academic / Creative Thinking
DOI: 10.1177/21582440251378562
Non c'è Coaching se la Sessione, verso il suo termine, non porta alla decisione su un'Azione, o un Piano d'Azioni, che la Persona metterà in pratica.
Questo darsi almeno un'Azione che si dovrà compiere presenta aspetti interessanti studiati scientificamente, come gli articoli che seguono dimostrano.
Partendo dal presupposto che, come dimostra, anche teoricamente, l'Effetto Zeigarnik e, praticamente, l'esperienza quotidiana, ciò che non è stato completato tende a restare nella memoria, anche a lungo termine, ecco uno studio pubblicato che dimostra come la pianificazione di un obiettivo da perseguire potrebbe soddisfare i vari processi cognitivi coinvolti.
Insomma, è una validazione del Piano d'Azione.
Masicampo & Baumeister (2011) – Consider it done: Plan making reduces cognitive load
Journal of Personality and Social Psychology
https://doi.org/10.1037/a0024192
Un articolo su come determinati problemi nel tradurre Obiettivi in Azioni (ritardo nell'agire, distrazioni, sollecitazioni di abitudini dannose) potrebbero essere prevenuti ed evitati utilizzando, in fase di pianificazione, automatismi, ottenibili prevedendo collegamenti di situazioni problematiche a risposte orientate all'Obiettivo ("se dovesse succedere x, allora farò y").
Gollwitzer (1999) – Implementation Intentions: Strong Effects of Simple Plans
American Psychologist
DOI: 10.1037/0003-066X.54.7.493
A chi possa avvicinarsi a queste cose per la prima volta, potrebbe sembrare che la motivazione costituisca, in realtà, gran parte di ciò che serve.
Be', spero di cuore (e di mente) che gli articoli elencati in precedenza possano aver contribuito ad espandere l'orizzonte su questa (un po' ottimistica, forse forse) opinione.
La Motivazione è un ottimo ingrediente, nel perseguimento dei propri Obiettivi.
Poi, appunto, non basta, da sola, a raggiungere ciò che ci si era prefissati.
Eppure è fondamentale nell'esprimere una Performance che possa soddisfarci.
Segue, per mostrarlo anche da un punto di vista più scientifico e strutturato, un breve elenco di articoli in merito.
L'articolo che presenta la Teoria dell'Auto-Determinazione, risultato di uno studio su fattori che influiscono su Motivazione, Auto-regolazione (il fenomeno per cui norme, valori e comportamenti esterni diventano interni, rendendo la motivazione da controllata ad autonoma), e Benessere di una Persona.
Ne vengono individuati e postulati tre principali, ovvero Competenza, Autonomia e Relazionalità (il bisogno fondamentale di sentirsi connessi e di appartenere ad un gruppo e ricevere cura dagli altri).
Ryan & Deci (2000) – Self‑Determination Theory
American Psychologist
DOI: 10.1037/0003-066X.55.1.68
Studio su una serie di esperimenti, condotti su Persone, volto ad interrogarsi sulla risorsa interiore - e sulla sua disponibilità - sottesa ad ogni scelta, ogni risposta attiva, all'Auto-Regolazione, e ad ogni atto frutto della volontà, della Persona Umana.
Baumeister et al. (1998) – Ego depletion
Journal of Personality and Social Psychology
DOI: 10.1037/0022-3514.74.5.1252
Angela Duckworth esamina l'importanza della Grinta, che considera come una combinazione di Persistenza e Passione, per il conseguimento di Obiettivi a lungo termine.
Questo è cruciale in una situazione come il post-Sessione, quella situazione, di durata ben maggiore (due o tre settimane) della Sessione stessa (cinquanta minuti o un'ora, raramente di più), nella quale la Persona, il Coachee, è sola con se stessa e deve affrontare la messa in pratica del Piano d'Azione.
Duckworth - Grit & Self‑Control
APA Psycnet
https://doi.org/10.1037/0022-3514.92.6.1087
No, sul serio... pare proprio che andò così.
La Dottoressa Bluma Zeigarnik, Psicologa, all'inizio degli anni '20 del Secolo scorso, notò, ad un caffè, come i camerieri tendevano a ricordare le comande non ancora soddisfatte o pagate... insomma, tutto ciò che era iniziato ma non ancora concluso.
L'effetto cognitivo osservato, definito in uno studio suo, che ancora viene integrato, è noto con il cognome di Bluma, "Effetto Zeigarnik".
In realtà è un effetto che sperimentiamo tutti, anche se non ne siamo necessariamente consapevoli, tant'è che è molto utilizzato, per esempio, nella produzione letteraria, cinematografica, televisiva.
つづく
o anche
(つづく)
Se hai più o meno la mia età, potrei averti appena sbloccato un ricordo, vero?
Quante volte l'hai visto comparire, al termine di un episodio di una serie di "cartoni animati" giapponesi?
Significa "continua" o "da continuare".
Ed era ciò che teneva sulle spine me, e forse anche te, in attesa del giorno dopo e del sospirato episodio successivo.
E nelle serie tv, non è forse ancora usatissimo, questo stesso meccanismo ogni volta che l'ultimo episodio di una stagione si chiude, immancabilmente, con un cliffhanger (letteralmente "ciò che ci appende ad burrone") che lascia più domande che risposte e dunque non ci fa vedere l'ora di sapere cosa succederà?
Ma è anche un aspetto del nostro funzionamento che è fondamentale nel Coaching, nel quale si ragiona per Obiettivi e nel quale non può mancare, ad un certo punto nel Percorso, il momento di fissare Azioni da compiere: è proprio l'attivazione innata ed inevitabile dell'Effetto Zeigarnik, che rende più difficoltoso il dimenticarsene.
Poi, in realtà, anche se è meno noto, meno "pop", esiste pure l'Effetto Ovsiankina, che ha sempre a che fare con le cose lasciate a metà, ma si concentra sull'aspetto dell'Azione, ossia sulla spinta che una Persona avverte a riprendere ciò che si era interrotto.
Segue un elenco di studi scientifici in merito.
Eccolo, uno dei due Studi originali, in una "comoda" traduzione in Inglese (soprattutto, come me, se non si conosce il Tedesco).
Zeigarnik (1927) – Über das Behalten von erledigten und unerledigten Handlungen
Psychologische Forschung
Versione in Inglese: https://gwern.net/doc/psychology/willpower/1927-zeigarnik.pdf
(Per ottenere quella in Italiano, è possibile avvalersi di numerosi strumenti on-line, come DeepL e Google Translate, caricandogli il file dopo averlo scaricato, oppure installando l'estensione TWP (Translate Web Pages) per Chrome e Firefox, per effettuare la traduzione direttamente con il file PDF aperto on-line, nel browser, dall'indirizzo sopra.
Ed eccolo, l'altro Studio originale, scritto da Maria Ovsiankina, pubblicato nel 1928.
Ovsiankina (1928) – Wiederaufnahme unterbrochener Handlungen
Psychologische Forschung
Versione in Tedesco: https://interruptions.net/literature/Ovsiankina-PF28.pdf
(Anche per questo articolo, presente on-line in formato PDF, per ottenere la versione in Italiano, si possono utilizzare DeepL e Google Translate, caricandogli il file dopo averlo scaricato, oppure si può installare nel proprio browser l'estensione TWP (Translate Web Pages) (se si utilizzano Chrome o Firefox), così da poter avere la traduzione direttamente con il file PDF aperto on-line, nel browser, dall'indirizzo sopra.
Una meta-analisi del 2025, che studia la risonanza dei due effetti Zeigarnik e Ovsiankina su altri studi scientifici redatti nel corso dei decenni e su differenti condizioni.
Infatti, mentre l'effetto Ovsiankina, più legato al fare, ha dimostrato di produrre effetti più certi, l'effetto Zeigarnik, legato esclusivamente al ricordare ciò che è rimasto in sospeso, è più difficilmente misurabile.
R. Ghibellini, B. Meier - Interruption, recall and resumption: a meta-analysis of the Zeigarnik and Ovsiankina effects
Humanities and Social Sciences Communications, 12
July 2025
DOI:10.1057/s41599-025-05000-w
Quattro esperimenti sull'interpretazione delle intenzioni, che dimostrano come la memoria a lungo termine venga attivata in presenza di un compito del quale si dica che dovrà essere eseguito, ma la cui esecuzione non è ancora permessa.
Goschke & Kuhl (1993) – Goal activation and cognitive persistence
Journal of Experimental Psychology
https://doi.org/10.1037/0278-7393.19.5.1211
Gli Autori propongono un modello sull'auto-regolazione della Persona nel quale si evidenzia un circolo di feedback tra Obiettivo, Azione e Monitoraggio (ovvero la sua capacità di valutare e pilotare le proprie azioni, emozioni e i propri pensieri, per raggiungere un Obiettivo).
Carver & Scheier (1982, 1998) – Control Theory of Self‑Regulation
Psychological Bulletin
https://psycnet.apa.org/doiLanding?doi=10.1037%2F0033-2909.92.1.111
Ogni riferimento a termini, o loro derivati, utilizzati normalmente in un contesto sanitario, medico, o psicologico, o nella pratica di queste discipline e professioni, nonché ogni riferimento a studi inerenti, ha finalità esclusivamente culturale, divulgativa e riflessiva. [N.L.]
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