Quello che segue è un racconto, assolutamente non esaustivo e non continuativo, della mia Vita, con un focus particolare su quelle Esperienze che hanno formato la Persona Daniele, l'uomo Daniele, che poi ha abbracciato la sua Missione di Facilitatore Evolutivo.
Non avrebbe senso, infatti, credo, fornire informazioni anedottiche che, in fondo, non sarebbero così utili per comprendere chi sia, questo Daniele (che sono io).
E' un racconto informale, fatto con il mio stile un po' narrativo e poetico, e un po' da catalogatore di cataloghi catalogati e non (xD), che non ha alcuna pretesa, perché non lo cerca, di pormi in cattedra, di convincere nessuno su un qualsivoglia argomento, e che, ovviamente, non si vuol ergere a lezione o esempio di Vita.
Semplicemente, davvero, si tratta soltanto di raccontare chi sono, come sono, e perché.
Poi, qua e là nel testo, vi sono rimandi alle altre pagine in cui racconto i due ambiti nei quali opero, ovvero la Tarologia e il Mental Coaching.
Spero che la lettura non risulti troppo tediosa, e mi auguro che, una volta terminata, vi si possa trovare un qualche arricchimento e, magari, un po' di piacere nell'avermi conosciuto un po' meglio.
Buona lettura!
Nel quale il Bruco Daniele mangia la foglia della Percezione, e non si chiede nulla e non sa nulla (o forse sa tutto, ma non sa nemmeno quello)
Sono nato nel mese di Maggio del 1972 (fu nevoso, pare), e sono del segno dei Gemelli (prima decade) con Ascendente Acquario.
Potrebbe apparire curiosa, come primissima notizia su di me, e magari anche poco importante, se non si ha interesse in questo tipo di cose, ma se si pensa che entrambi i segni zodiacali sono considerati d'Aria, e dunque sono caratterizzati da una cospicua propensione all'esplorazione Mentale, si potrà avere un assaggio, un'idea, una prima visione prospettica, di ciò che ci si può aspettare da me, tematicamente e strutturalmente.
Un'apertura a provare nuove vie, nuove possibilità. Nuove soluzioni
Una Creatività che trova un'immensa gioia nell'iniziar qualcosa... e, be', non sempre nel completarla, anche, in realtà.
Ma, prima ancora di tutto questo, una Mente curiosa, sempre pronta ad esplorare, in qualsiasi direzione.
Lo si tenga a mente, nel proseguio della lettura, perché questa sarà la cifra che emergerà sempre più potente.
Non sarà l'unica, però, com'è giusto che sia.
Sono nato con una disabilità fisica, la spina bifida.
Eccola, vedi?
Eccola qui, una notiziona bella intensa, bella densa, a riportarci - per non dire a schiantarci, come se fossimo un asteroide proveniente da distanze incomprensibilmente remote dello Spazio profondo ed inesorabilmente attirato dalla gravità terrestre - con i piedi a terra.
O, anche, con le ruote, a terra.
E' una condizione, la mia, che, a meno di scoperte scientifiche rivoluzionarie (chissà, ultimamente la Scienza sta facendo progressi inimmaginabili) o di eventi scientificamente inspiegabili ("ti sia fatto secondo la tua fede" è la risposta di Gesù, riferita dai Vangeli, a chi gli domanda una guarigione, al tempo stesso ricordandolo anche a chi (come me) crede), mi accompagnerà per tutta la Vita.
Ci si potrebbe chiedere, e magari qualcuno lo farà, nel trovarsi a leggere un'affermazione tanto pesante, granitica... definitiva... "per tutta la Vita"... quale sia il mio stato d'animo al riguardo.
Ebbene, la mia percezione ed opinione in merito ha attraversato, nel corso del Tempo, le più svariate posizioni, anche opposte tra loro.
"E cosa ne pensavi, prima, e ne pensi, ora, dunque? E come ti sentivi, primi, e come ti senti, ora, al riguardo?" verrà forse la curiosità di domandarmi a Chi legge.
E' buffo, ma anche estremamente affascinante, come al progredire delle nostre conoscenze, e della nostra comprensione, una stessa situazione, uno stesso soggetto, possa apparirci sotto luci completamente differenti e rivelare, ora un aspetto, ed ora un altro magari anche opposto, apparentemente, che prima non si era affatto notato.
Da bambino, in quegli ultimi anni '70 che a chi li ha vissuti, poco o tanto, sono rimasti nel cuore (e come potrebbe essere diversamente?! Suvvia! Il prog! La Disco! La Fusion! Il Funky!), adoravo i dinosauri (specificatamente), i mostri come Godzilla, i robot spaziali che in quegli anni svolazzavano sullo schermo (in bianco e nero, naturalmente) invadendo, dal Giappone, la nostra immaginazione.
Dinosauri, Robot, Mostri: ciò che non c'è più (era ben lontana la Cladistica, che ci avrebbe fatto scoprire che, oibò!, gli uccelli che ci cinguettano dagli alberi (o che ci fanno venire l'acquolina in bocca, dal piatto, se parliamo del pollo), sono, a tutti gli effetti, dinosauri!), ciò che ancora non c'è (la ricerca sull'Intelligenza Artificiale, seppur iniziata, si era scontrata con insufficienze tecnologiche che avrebbero richiesto ancora qualche decennio per essere colmate), ciò che non può esserci (be', non che si sappia, almeno).
L'hai già notato, vero?
Esatto: manca ciò che c'è.
E perché mai, manca?
Verrebbe da pensare, con senso pratico molto umano e calato nel concreto, che a quel bambino, ahilui!, cresciuto troppo in fretta, di fronte ad una situazione, una disabilità a vita, niente affatto facile da gestire, o anche solo da contemplare in tutte le sue possibili implicazioni, potesse risultare più facile fuggire ovunque, verso ciò che è stato, ciò che potrà esserci, ciò che probabilmente non c'è... piuttosto che stare lì, con ciò che c'è, piaccia o no.
E sì, certamente, è un'interpretazione plausibile, e può anche rappresentare la verità, almeno in parte.
In parte, ma non del tutto.
Perché se li guardiamo bene, quei simboli portentosi, fuori dell'ordinario, ecco che vi possiamo scorgere...
Una visione spirituale della Vita, imperniata sulla centralità dell'Anima, sostiene che quest'ultima scelga le esperienze da vivere in un'incarnazione in chiave puramente evolutiva.
E, tanto più importante l'esperienza, dal punto di vista umano, tanto più potente ed importante può essere la lezione, l'approfondimento che se ne può trarre, e dunque la spinta evolutiva che se ne può ricavare.
Non solo: c'è anche chi ritiene - ed io sono d'accordo - che un bambino, nei primi anni della Vita, non essendosi ancora calato nella pienezza del vivere, e nell'immedesimazione con ciò che appare, con quella che consideriamo Realtà (ma pure la Scienza ha seri dubbi, da tempo), abbia l'apertura e la saggezza innata di chi ha ancora una traccia di quella visuale, di quella prospettiva infinitamente più ampia che l'Anima, al momento di scegliersi le esperienze da vivere una volta incarnata, riesce ad abbracciare con uno sguardo.
Quei simboli, allora.
Cominciamo dai Dinosauri, allora.
Concreti, sì, senza dubbio, ancor più con le loro ossa, spesso (ma non sempre) massicce, gigantesche... pesantissime.
Ma non sempre: ve n'erano anche di minuscoli, ed agili.
I dinosauri, nonché gli altri rettili vissuti contemporaneamente, hanno attraversato *** milioni di anni, mostrando (possiamo intuirlo dai fossili, anche se, purtroppo, data la particolarità del processo di fossilizzazione e le condizioni piuttosto stringenti nelle quali si può verificare, non conosceremo mai in pieno la varietà di forme che hanno certamente potuto esprimere in un arco di tempo così vasto) un'incredibile capacità di adattamento alle più svariate condizioni ambientali e climatiche.
I rettili marini di quelle ere, e gli pterosauri, poi, tra l'altro, conquistarono, rispettivamente, i mari e i cieli.
Diversificazione di forme, dimensioni, soluzioni, come forma di adattamento per prosperare e trasmettere il proprio patrimonio.
Il T-rex, certo, ma pure lo pteranodonte, ma pure l'elasmosauro, e via dicendo.
Tutti diversissimi tra loro, tutti perfettamente adattati alle condizioni ed alle circostanze.
Già, il povero T-rex.
Nelle mie prime letture del genere paleontologico, divorando pagina dopo pagina di libri sull'argomento, finendo con l'imparare a memoria decine di nomi (che, almeno in parte, ricordo ancora), il T-rex era, ovviamente, l'animale che mi colpiva di più, anche perché ai tempi, allo stato della ricerca e delle conoscenze in materie, non erano ancora noti predatori più grandi (ne sono poi stati ritrovati e classificati).
Ma c'era un aspetto particolare che non coglievo, coscientemente e consapevolmente, ai tempi, un collegamento tra me e il T-rex.
La simpatica "bestiola", infatti, è da sempre noto per avere zampe anteriori minuscoli, generalmente considerate dai paleontologi pochissimo utili, e per questo è spesso oggetto, nella cultura popolare, di sarcasmo.
(Probabilmente motivato, nel profondo, dal terrore che ancora suscitano in noi, le sue zanne e le sue mascelle, sul nostro "cervello rettiliano".)
Ebbene, considerando che le mie gambe, per via del danno spinale alla schiena, e per via dell'inevitabile minor esercizio, non sono cresciute tanto quanto il resto del corpo... non è ancor più comprensibile, questa mia fascinazione per questo temibile predatore dalle zampette tanto piccole?
Non è, forse, un T-rex, un esempio vivente di come una menomazione non significhi e non comporti necessariamente il mancato successo di un essere vivente?!
Oh, eccome, se lo è.
I dinosauri come maestri di adattamento, ed il T-rex, poi, maestro di superamento di limiti?
Ma la cosa interessante è che non ho mai ricollegato tutto questo alla mia Vita, prima del momento di arrivare a questo punto in questo mio racconto.
C'è sempre qualcosa da imparare.
Sempre.
Anche da ciò che credevi di conoscere a menadito.
Basta guardare le cose da un punto di vista differente.
L'invasione degli anime di genere "mecha" dal Sol Levante nei nostri televisori.
Il pomeriggio, specialmente, era l'arco di tempo in cui si potevano seguire le avventure di questi prodigi della tecnologia più futuristica.
"Seguire", nei limiti del possibile, considerando che a volte quelle serie venivano trasmesse solo in parte, o magari tagliando episodi interi, o rimescolandone l'ordine (per non si comprende bene quale ragione), tagliando pezzi di episodi.
Eppure, ciò che colpiva di più il mio sguardo di bambino, non era tanto l'aspetto tecnologico, anche se, quelle trasformazioni, quei lanci, quelle preparazione alla battaglia, erano affascinanti da ammirare e non stancavano mai... anche se, in effetti, a pensarci bene, l'idea che con la tecnologia fosse possibile superare in maniera così straordinaria ogni limitazione umana, magnificandone lo slancio, la forza e le capacità - caratteristica evidente suggestiva per un bambino parzialmente paraplegico -... ma le vicende dei veri protagonisti di quelle vicende: gli eroi, sempre tragici, che con storie dolorose alle spalle, e, spesso, al prezzo di grandi sacrifici personali, si impegnavano in quelle sempiterne battaglie contro gli immancabili invasori alieni, di solito - ma non sempre - vincendole.
E mi ricordo bene, poi, allora, ad immaginarmi nei loro panni, ad immaginarmi ad avere le loro straordinarie caratteristiche, il loro indomito coraggio, io che avevo già soltanto difficoltà nel camminare... ma non è, forse, il make-believe ("faccio me che io"), uno dei giochi, degli atti, dei riti più antichi, per persuadersi, nel profondo, di poter acquisire ed incorporare caratteristiche che, apparentemente, non farebbero ancora parte del proprio bagaglio?
Altro?
Be', andò a finire che, più tardi, nel corso della Vita, mi diedi all'Informatica.
E penso proprio di ricordare che, per tanto tempo, riguardando indietro, ai tempi della mia passione per i "mecha", io abbia (semplicisticamente) voluto vedere quell'interesse come un segno che l'informatica fosse la via per me.
Ma, a parte la mia poliedricità nella gamma di cose che mi piacciono o interessano, io credo che quella passione servisse a mostrarmi, per risonanza, qualcosa che era già in me, ma che raramente, ai tempi, mi concedevo di riconoscermi: il coraggio, l'abnegazione... la capacità, anche, di difendere ciò che sta più a cuore.
Oh, la mia passione per il Fantasy. E la Fantascienza.
Il Fantastico, insomma.
E per il fantasticare, ancor più.
Per ciò che non è, o, magari, che non può essere.
Non sembra, forse, questa una fuga ben più estrema, per un bambino che si ritrova a gestire la propria disabilità a Vita, da un lato senza lamentarsene mai, e dall'altro vivendo parlando all'esterno, sì, di tutto ciò che si percepisce, o anche di ciò che si può immaginare, ma... senza veramente parlare con se stesso, di ciò che c'è nel profondo?
Oh, Godzilla.
Risultato di esperimenti scellerati degli uomini, scatena contro di loro la sua furia cieca, distruggendo qualunque cosa si trovi sul suo cammino (leggi: intere città), ma anche, a volte, per ragioni tutte sue, finendo col difendere gli umani da altre minacce mostruose non poi così simili a lui.
La natura, o, anzi, uno scherzo della natura (aiutata dall'uomo e dalla sua incoscienza, si badi), che colpisce senza un costrutto, quasi con casualità, senza altra apparente ragione che un desiderio vendicativo e distruttivo (possiamo dirlo, dài: è il Karma! Fai esperimenti nucleari? Cosa vuoi aspettarti, un "grazie, continua pure!"?), ora ferendoti, ed ora aiutandoti.
Ripenso con curiosità ed apertura a quella mia passione di bambino, a quel mio stupore, a quella furia cieca... e seppur non comprendevo razionalmente le ragioni di Godzilla... mi ritrovavo ad empatizzare con lui, comunque, e la cosa mi turbava.
Anche perché, dài, ogni tanto ci aiutava a toglierci da guai e disastri peggiori.
Allora, ragionando così, non si potrebbe forse dire che Godzilla mi simboleggiava il devastante impatto di una disabilità che però, al di là, delle conseguenze immediate più sfidanti, serba e mi offre, comunque, guardando in controluce, anche importantissimi doni?
E il Fantasy in senso stretto?
Ho sempre avuto una passione per l'antichità, e per storie di mistero e magia.
Quando a undici o dodici anni scoprii "Lo Hobbit" di Tolkien non immaginavo quanto il mondo della Terra di Mezzo mi avrebbe segnato (in positivo).
Storie piene di paura e di coraggio, di mistero e di verità quasi troppo grandi... storie intrise di magia, di una magia, non necessariamente vistosa, esorbitante, che nasce, innanzi tutto, da dentro di Sé.
E non sembra forse magico, a volte, il modo in cui, di fronte ad avversità e necessità improvvise ed inevitabili, riusciamo a trovare in noi risorse inattese, quasi insospettabili?
E non ci ritroviamo, poi, a guardarci indietro e a chiederci: "Ma come ci sono riuscito?! Come ho fatto?!"
Era come se la mia attrazione per l'antico, il misterioso, il magico, facesse risuonare in me una sorta di conoscenza verso ciò che alberga in noi (nel mio credere, è l'anima) e che sa, molto più di ciò che noi crediamo di sapere razionalmente, e che può fornire, all'occorrenza, risorse enormi, quasi incredbili.
A riguardarle con lo sguardo di adesso, quelle cose, quei formidabili magneti per la mia immaginazione di bambino, appaiono concentrati simbolici di lezioni, rivelazioni e segreti iniziatici... maestri che parlavano alle mie emozioni, al mio stupore, alla mia trepidazione nel seguire le loro gesta... e, in segreto perfino dalla mia consapevolezza, nell'imparare da loro.
Ma, ragionando meno di fino, restando più alla superficie delle cose, come anch'io, allora, avrei fatto, che cosa si sarebbe visto?
Una giovane Mente impegnata in cose apparentemente pesanti, gigantesche... tanto massicce, e dense, quanto, in realtà, appartenenti ad un Passato perduto, ad un Futuro ancora di là dal venire, e ad un Possibile - o ad un Impossibile - nemmeno in vista temporale.
Una Mente impegnata su un qualcosa di così apparentemente concreto (i dinosauri, i robot, i mostri) e pesante, ma in realtà del tutto inconsistente, per lo meno nell'orizzonte del proprio vissuto.
Pesantezze che potevano parer allontanarmi dalla dinamicità del vivere.
Ma, al tempo stesso, pesantezze che, in fondo, risuonavano con quella del mio corpo, il cui movimento, da un lato facilitato da tutori ortopedici, seppur in metallo pesante), un busto ortopedico e dei tripodi (all'inizio un deambulatore), dall'altro era tutto fuorché facile e leggero.
Pesantezze immaginarie che, volendo, a non star attenti, potevano appesantire pure il mio percorso, trattenendomi nella loro contemplazione, tanto più comoda e leggera, pur nell'illusione della loro presenza, dell'affrontare la pesante realtà, piuttosto che lasciarmi svincolato a vivere.
E sì, che, come ho dimostrato nei tre capitoletti precedenti, di viatici per consentirmi di vivere spedito, ne avevano, da offrirmi.
Ma, è così per tutto, ritengo, personalmente: tutto può essere, o avere compresenti, in sé, freno o spinta, caduta o volo, massa pesante o energico guizzo.
Quanto ci permettiamo, veramente, di tracciare il nostro cammino?
E, quanto è più facile, invece, avviarsi su binari già tracciati?
Quanto è più comodo, delegare le nostre scelte?
Per quanto, con tutori e stampelle, andassi discretamente spedito, un passo dopo l'altro, quel guardare a terra in cerca di un terreno stabile, che contraddistingueva il mio cammino, potrebbe avermi indotto, inconsapevolmente, a preferire la stabilità, la sicurezza, la certezza (o presunta tale).
Questo potrebbe forse spiegare, chissà, perché una parte di me, facilitata dal vivere più confortevolmente in una dimensione tutta mia interiore, preferisse non arrischiarsi a scegliere: c'è qualche altra spiegazione, ovviamente, per esempio legata al quieto vivere, ma... sì, come impariamo a muoverci con il corpo, da piccoli, ha, forse, un certo impatto anche su come impariamo a muoverci nella Vita...
Nel quale il bruco Daniele si rinchiude un po' in una Crisalide, cominciando a disfarsi
Non fu calcolato, fu una scelta praticamente estemporanea.
Con motivazioni logistiche, fisiche, concrete, per carità.
E, certamente, senza poter immaginare quanto avrebbe cambiato la mia Vita... e forse fu meglio così, a conti fatti, altrimenti il proseguire come prima mi avrebbe portato... non so dove: e non so, e non riesco a determinare, o indovinare, se il Daniele che dovevo diventare mi avrebbe trovato comunque, anche in un cammino tanto diverso, o se ora sarei... non so come.
Ma, insomma, fatto sta che qualcosa, dentro di me, che allora non avrei saputo individuare, che per anni ho creduto di poter descrivere in un certo modo, anche abbastanza banale, superficiale... triviale, anche... ma che ora credo di riconoscere nella sua misteriosa essenza, tanto profondamente insita in me da poterla fraintendere, ai tempi, assai facilmente...
Ebbene, quel qualcosa, dentro di me, mi invitò a ritirarmi nella mia Crisalide... o, se vogliamo, in un guscio (o qualche altro oggetto caduto in mare ed atterrato sul fondale), o comunque una "casa mobile"... una roulotte, anche, volendo, per il Paguro Bernardo L'Eremita che mi apprestavo un po' a diventare, dopo che, da piccolo, avido lettore della collana "Guarda e scopri gli animali", raccontavo a tutti con entusiasmo.
Un ritiro che era necessario.
Il bruco ha bisogno di protezione e tranquillità, mentre, nella Crisalide, comincia a sbarazzarsi dell'illusione che è stato.
Il mio nome, Daniele, "deriva dal nome ebraico דָּנִיֵּאל (Daniyyel) che, composto dalle radici dan ("giudice"), -i ("mio") ed El ("Dio"), può essere interpretato come "Dio è il mio giudice"."
(Fonte: Wikipedia - Licenza CC BY-SA 4.0)
"Dio".
"E' il mio giudice."
Ovvero, Dio giudica ciò che mi riguarda.
(Amo aggiungere, negli ultimi anni, il tra-le-righe, "Dio, e non le persone!" Sai com'è: è così facile, giudicare gli altri, proferire sentenze su cosa dovrebbero e non dovrebbero fare... vero?)
Ma come si esprime, questo, dentro di me?
Come mi fa comprendere, Dio, qual è il suo giudizio?
Ci sono stati anni, quelli nei quali ancora non comprendevo tante cose (beninteso, non posso - e non potrò, mai! - affermare di comprendere tutto, ma proprio tutto!), in cui forse mi sarei azzardato a proclamare, con anche una certa spavalderia (leggi: falsa sicurezza), che Dio, certamente, ci parla attraverso i nostri pensieri, attraverso le nostre idee... nella nostra Mente.
Ah, ma se fosse veramente così, come mai, a 17 anni (17, come la Stella, che simboleggia il portar fuori la propria verità, haha), io cominciai a soffrire di crisi epilettiche?
Scientificamente parlando, quanto avvenne è facilmente spiegabile: non lo farò qui, perché esula dal senso del mio discorso.
Ma è davvero singolare che una persona con difficoltà nel muoversi agilmente nella vita (camminavo, sì, con tutori e tripodi, ma era un andare con i suoi limiti) e con una facilità mentale estrema a "fuggire nell'Iper-Uranio" immaginando, fantasticando e ragionando, si sia ritrovata a vivere un fenomeno così squassante come quello di svenire, regolarmente, considerando che l'attacco epilettico ha, tra le sue cause fisiche, un aumento dell'attività bioelettrica del cervello.
Del cervello.
Proviamo ad immaginartelo.
Daniele è lì, che sì, vive, per carità...
E' arrivato a percorrere un cammino tutto tecnologico, lastricato di silicio, indirizzato da istruzioni come di un programma per computer... non ricordano gli elaboratissimi e coloratissimi quadri comandi dei grande robottoni giapponesi, i computer?
Sembrerebbe tornare, in qualche modo, almeno in parte, vero?
Ma c'è sempre, c'è ancora, in lui (...e ci sarà sempre), questo immaginare, questo fantasticare...
E creare, che sia suonando, o scrivendo, come ha scoperto di saper fare da qualche anno?
Eh, a volte sì... ma a volte anche no, perché "devo concentrarmi su ciò che ho scelto". Così, lo sentiremmo dire. O, piuttosto, pensare.
Eh.
E pensa, pensa, e pensa ancora.
Per tutto.
E il suo (mio) cervello, che fa?
Si sovraccarica.
E cosa succedeva, da quella prima volta a 17 anni, ogni volta che il cervello si sovraccaricava?
Gli occhi funzionavano, sempre, ma il cervello, improvvisamente, perdeva la capacità di decifrare il segnale che riceveva da essi.
Vedevo ancora tutto: linee, forme, colori... ma era come se venisse a mancare la capacità primaria, quella più immediata, del cervello di decodificare ciò che vedeva. Il ché non significa che non sapessi dove fossi, ovviamente lo sapevo: ma, improvvisamente, tutto appariva indistinto, indecifrabile.
E poi, dopo un tempo variabile, ma solitamente di pochi minuti, o forse frazioni di minuto, gli occhi ruotavano, come se cercassero di rivolgersi all'indentro.
E poi perdevo i sensi, perdevo coscienza.
E... be', poi, una volta caduto (quando non riuscivo a coricarmi in tempo, il ché (non riuscirci) era abbastanza la norma), "ballavo la rumba", diciamo così.
O "la breakdance", che forse è più verosimile.
Ma il macro-aspetto interessante, secondo me, sincronicamente, è, prima, legato agli occhi, alla vista, quel perdere la capacità di decifrare ciò che vedevo davanti a me... poi, sempre legato al vedere, quel tentare, degli occhi, di rivoltarsi, come per guardar dentro... e, infine, il perdere conoscenza... coscienza.
Come se qualcosa mi dicesse: "smettila di guardar fuori, non è quello che ti serve davvero. E smetti pure di usare questo povero cervello, questa Mente, non capisci che va in sovraccarico?! Rivolgi lo sguardo dentro di te, abbi il coraggio di guardar dentro, e troverai tutto ciò che ti serve, cioè che sei! Spegni il cervello!"
(L'ultimissimo pezzetto è una citazione, sì, da un messaggio molto speciale e molto personale che mi è stato consegnato all'inizio della mia rivoluzione personale più grande).
"Chi è Daniele"?
Se me l'avessero chiesto, forse, io non avrei saputo dare una risposta.
Perché non me l'ero chiesto mai.
Per questo, al di là del nesso scientificamente dimostrato tra spina bifida, sviluppo neurologico e fisico nel crescere, ed epilessia... io credo proprio che qualcosa dentro di me mi chiamò a sé.
"Dio".
"Dio è il mio giudice."
Chi è, Dio? O, cos'è?
Ebbene, potrebbe ben stare al centro di ciascuno, se gli occhi tentarono di rivolgersi dentro di me, verso il mio centro.
"Giudice". Giustizia. La bilancia dell'iconografica Dea della Giustizia.
Come nella copertina di "...and Justice for All" dei MetallicA che proprio in quegli anni avevo preso ad ascoltare (e che, ovviamente, si beccarono subito il sospetto di essere colpevoli di avermi provocato quegli attacchi: ma ormai sto, qui, dimostrando che la faccenda fu ben più ampia di così. Sarebbe successo comunque, sono convinto).
Il mio centro che mi richiama, a guardarmi dentro, perché giustizia sia fatta, perché la Mente, su uno dei piatti della bilancia, sta sbilanciando tutto, soprattutto la mia Vita, la mia Esperienza, e questo non è affatto giusto, per me.
E cosa ci va, invece, sull'altro piatto di quella bilancia?
Eh.
Il Cuore.
L'Istinto.
Andiamo a guardarle più da vicino, queste due "cosucce", che anche se messe insieme, a quanto pare, non riuscivano a pesare tanto quanto il mio "cervello elettrico" (anzi, "cervellone elettronico", haha).
Ma, prima, un dettaglio non da poco su come mi venne di produrla, questa ricerca un po' alla cieca.
P.S.
Per inciso. Ma va detto.
Perdere conoscenza... be', è un po' come morire.
Ecco perché lo svenimento, specialmente se è una perdita totale di conoscenza, be'... fa paura, e non poca.
"Alla cieca", sì, e non solo metaforicamente.
Perché poco prima dello scatenarsi di un attacco epilettico il mio super cervellone elettronico incorporato non decifrava più correttamente le immagini, be'... era un po' come andare alla cieca.
Non vedere più.
Non decifrare più, non comprendere più.
E cosa potevo fare, io. che addirittura di fronte ad una vita con una disabilità non ero mai arrivato oltre ad un fanciullesco "perché?" poi sepolto in fretta, cosa potevo fare, in quel momento in cui mi trovavo con un nuovo fardello, un nuovo impedimento, un nuovo ostacolo, una nuova tribolazione?
Io, che fino ad allora avevo vissuto accontentandomi, accettando tutto... accettando anche me stesso, sì, ma più perché avevo lo sguardo perennemente puntato altrove... fui finalmente scosso dal mio torpore, e con tutta la mia rabbia da neo-metallaro, cominciai a pormi quella stessa domanda, ma in maniera differente... guardandomi dentro.
Perché?
Perché?!
PERCHE'?!?!
"Perché cavolo mi sta capitando tutto questo?! Non bastava, già, avere una disabilità a vita?!"
"Chiedete e vi sarà dato", dice Gesù.
Ebbene, vale anche per le risposte alle nostre domande, io credo.
O, almeno, questo è ciò che mi arriva dalla mia personale esperienza.
Ora, vorrei poter raccontare di come il mio domandare, il mio ricercare, sia stato sempre ispirato e mosso da un profondo ed elevatissimo senso della Verità, della Bellezza, dell'Assoluto e dell'Eterno.
Ma la realtà, la verità è, che, nei miei diciassette anni di metallaro arrabbiato, spinto al culmine della sopportazione come mai ero stato prima, la mia ricerca, oltre al voler comprendere (con la Mente) perché mi fosse capitata quella ulteriore iattura a turbare quello che fino a prima era stato uno stato di relativa tranquillità (e in realtà il problema stava proprio lì), era anche volta, molto pragmaticamente, a chiedere a Dio di smetterla con quel tormento.
E la cosa da *facepalm* è che il mio lamento non riguardava soltanto l'epilessia, cioè l'ultima novità (finché non mi passò, la prospettiva era che il fenomeno, e la cura che ne limitava frequenza e forza, avrebbero anche potuto accompagnarmi per tutta la vita), ma pure quella disabilità che fino ad allora non mi aveva suscitato chissà quali sofferenze.
A onor del vero, laddove dico "chiedere"... be', non è proprio il verbo più aderente alla realtà dei fatti.
"Esigere", "pretendere", sono più attinenti.
Solo che lo chiedevo al Dio "sbagliato", a quello che credevo fuori di me, senza rendermi conto che quello scombussolamento mi veniva dal Dio dentro di me.
Ma insomma, ero un metallaro (ex duraniano, aberrazione (l'"ex", non il "duraniano") che ho poi risolto nel tempo, perché un Gemelli può essere duraniano e metallaro al tempo stesso e vivere felicissimamente (ed anzi, meglio che se fosse soltanto una delle due cose!)) di diciassette anni la cui Verità interiore lottava per emergere, con una disabilità a vita alla quale si aggiungeva un'epilessia anch'essa potenzialmente a vita... su, un po' di rabbia ci sta, umanamente.
L'Amore è sempre stato un argomento piuttosto... sensibile, per me.
E, per molti anni, è stato anche doloroso.
Non voglio dire che non ascoltassi il Cuore: so bene che la mia capacità di provare empatia, e di amare, è sempre nata e si è sempre rinnovata, rinforzata, rinvigorita, lì.
Ma mi sono occorsi decenni, per realizzare un dettaglio che fa tutta la differenza.
Preso nei miei labirinti, nei miei multiversi mentali, com'ero sempre stato, preso a trascinarmi con gran fatica con i miei "apparecchi da passeggio", com'ero stato per tanto tempo... io, il mio corpo, o l'avevo piuttosto trascurato.
E da quando si presentò alla mia porta l'epilessia, poi, quel corpo, disuguale, non del tutto armonico, improvvisamente più problematico che mai, io, quel povero corpo che tante ne aveva passate, che tante volte (ma a tanta gente va tanto peggio) aveva dovuto andare "sotto i ferri"... be', io, il mio stesso corpo, cominciai a non amarlo, in realtà.
Ma se non ti ami, se non ti ritieni degno di essere amato, da te stesso, che pure ti conosci da sempre, e sai anche i tuoi pregi (ammesso che tu riesca a vederli), se non ti ritieni degno di ricevere amore, se non cominci tu stesso, a dartelo... come puoi aspettarti che lo faccia qualcun altro che di te non sa nulla?
Mi sono occorsi decenni, passati a ricevere valanghe di due di picche dall'esterno, che il primo a darmi il due di picche sono stato io, e non poche volte.
Se non ascolti il tuo stesso cuore, ti stai dando un enorme due di picche.
Non amare il proprio corpo rischia di avere un altro effetto assai significativo.
Come ritengo di poter concludere che giudicò, il Dio dentro di me, quella volta?
Scatenando segni ben precisi nel mio corpo.
Ma se noi, il nostro corpo, lo ignoriamo, lo trascuriamo, o, peggio, lo detestiamo, soprattutto se l'utilizzarlo reca con sé il prezzo da pagare della fatica e del dolore...
O quando, peggio!, non sembra tenderci un agguato, a tradimento, e addirittura ci anticipa un po', facendoci inseguire e ghermire da un'invincibile perdita di coscienza, come sia, il morire...
Come possiamo accogliere e valutare, serenamente, i segni ed i messaggi che ci manda?
Era il 2005, ed io avevo quasi trentatré anni (33, si badi).
Nell'ultima Via Crucis (...appunto) sotto il papato di Giovanni Paolo II, che il Papa, ormai troppo provato dalla malattia, poté non officiare ma solo seguire in tv dal suo appartamento, mi capitò di ascoltare, nel commento alla stazione su Simone di Cirene che si carica sulle spalle la croce di Gesù, come il poter condividere quella Croce sia un onore, un'opportunità di condividere ed aiutare una Missione di Salvezza nel suo compimento.
E quell'idea, quel concetto, mi arrivò dritto al Cuore.
Fu la prima volta in cui aprii gli occhi su un fatto portentoso, anche se allora non ne colsi ancora tutte le implicazioni... la mia croce personale come seme da seminare, e coltivare, per metterlo al servizio di una missione di salvezza.
Non sto parlando in chiave religiosa ma, più semplicemente, innanzi tutto umanitaria, e, ancor più ed ancor prima, spirituale.
Fu la prima volta, almeno che io ricordi, nella quale il mio sguardo, dopo 15 anni di immersione nel mio dolore e di interrogativi sul Senso, si riapriva verso l'esterno, con un piccolo seme di possibilità che nasceva da me, e dal mio dolore, e che poteva aiutare il mondo, anche se non sapevo ancora come, a fiorire un pochino colorandosi anche dei miei colori.
Nel quale Daniele, ancora nella Crisalide, comincia a ricostruirsi, o almeno ci prova
Era il 18 Febbraio 2007, ben diciannove anni fa' (al tempo in cui mi cimento nella prima stesura di questo capitoletto), quando registravo e caricavo il mio primo video per YouTube.
Un semplicissimo blog, di per sé nulla di speciale.
Eppure, quello fu, per me, un salto enorme, dal punto di vista di ciò che mi richiese.
Per me, che, ad un certo punto, avevo scelto, un po' avventatamente, senza rendermi conto delle conseguenze, di ritirarmi un po' dalla vita pubblica... ebbene, dopo quindici o sedici anni di eremo, quel mettermi davanti ad una videocamera, registrare un video, e caricarlo per esplorlo all'attenzione di un pubblico dall'entità vastissima... fu un salto quantico, senza dubbio.
Ma tra il 2005 e il 2006 (forse, più probabilmente, il secondo dei due anni), avevo scoperto, come tanti, quel fenomeno di YouTube: caricare un video, esprimersi, ricevere commenti e complimenti, interagire con le persone... per il creativo in me, che attraversava lunghi periodi senza sfogare alcuna ispirazione... ma pure per il timido, in me, che solo dal 2002 aveva trovato una compagnia di amici per la prima volta nella sua vita, ma che prima aveva passato anni senza vedere chissà quante persone (per scelta più o meno inconsapevole, va detto)... appariva un'occasione imperdibile.
Ora, quello della pubblicazione di contenuti on-line, è un contesto, e un tema, che si presta benissimo ad una quantità di studi psicosociologici.
Stiamo parlando di un YouTube degli albori, quando ancora non era stato acquistato da un gigante, quando ancora logiche di denaro non l'avevano conquistato e, purtroppo, tra le righe stravolto.
Insomma, ai tempi, pubblicare materiale video che potesse interessare qualcuno, essere trovati (a patto di mettere gli hashtag, hahaha) e costruire una buona base di pubblico, era concretamente possibile senza tutte le strategie necessarie adesso.
Insomma, non ti conosce nessuno, ma pubblichi un video, e, non comprendi come, ma qualcuno ti trova, e ti fa un commento, o ti mette un "Mi piace" (Daniele, "un like"!)...
E tu, senza rendertene conto, ti abitui a ciò, a questo riconoscimento, magari a questi complimenti, ad una velocità e con una forza che non avresti mai immaginato.
Eh, è una storia lunga... ma non è certamente questa, la sede appropriata per parlarne.
Insomma, ritrovarsi a sviluppare, velocissimamente, una sorta di dipendenza da commenti e like... vabbè, dài, proprietà di linguaggio: "feedback", è un termine più tecnico... insomma, abituarsi a queste attenzioni da parte di un pubblico è una sensazione indescrivibile, inebriante...
Eri nella tua Crisalide a disfarti (poi, in realtà, ci sei ancora), qualcosa in te sente che è cominciato il momento di ricostruirsi, e tu esci, ti mostri... e qualcuno, bontà sua, si piglia pure la briga di considerarti e di farti i suoi complimenti?!
Nella mia ricerca di qualcosa da pubblicare, finì, abbastanza presto, che ebbi l'idea di realizzare tutorial Origami, filone di video che già esisteva, ai suoi albori: ma i miei video furono i primi (ebbene, sì) nei quali la ripresa inquadrava le mie mani che piegavano la carta dal punto di vista del piegatore, cioè il mio stesso punto di vista, non le mie mani dall'esterno, come di chi sia uno spettatore e guardi il processo di realizzazione dell'origami dall'esterno.
Fu una scelta vincente, che mi permise di cominciare a crescere, "sul Tubo": ricordo, se non erro, intorno al 2010 o giù di lì, anche diecimila visualizzazioni al giorno, o giù di lì.
E quanti commenti, poi!
A parte il fatto che proprio su YouTube conobbi qualcuno, un latore... anzi, una latrice di messaggi, che si sarebbe rivelata, poi, fondamentale nell'aiutare questa massiccia Farfalla ad uscire dalla sua Crisalide... o, questo Paguro, ad uscire dal suo guscio ormai troppo piccolo per contenerlo.
Ma, insomma, quelle interazioni con persone collegate on-line da... ovunque, nel mondo!... espanse la mia idea e la mia percezione che, proprio del mondo, avevo.
L'emozione, le prime volte che qualcuno commentava ed io, piano piano, con cautela, pesando le parole, scrivevo in Inglese le mie risposte (quando ci si ritrova dai "quattro" angoli del mondo (che poi, sono metaforici, in quanto di angoli, il mondo, non ne ha mezzo), bisogna pur stabilire una lingua comune per intendersi)!
Ma non erano solo complimenti, quelli che si ricevevano.
Quante persone, dietro ad una tastiera, trovano un coraggio che di persona non avrebbero?
Per carità, vale anche per me.
Il problema è quando quel coraggio si traduce e si esprime come sfrontatezza, derisione, attacco.
Perché racconto tutto questo?
Perché ricordo la mia stessa sorpresa, ed il mio imbarazzo da timidone, quando, le prime volte, mi ritrovavo commenti negativi, e a volte pure offensivi.
Ma ricordo anche, molto chiaramente, come scelsi, fin dall'inizio di gestire quei casi... e ricordo anche, piuttosto nettamente, come decisi fin da subito di voler avere un atteggiamento positivo verso quelle persone, e di ragionare con loro, discorrendo in uno scambio di commenti, per vedere se mi sarebbe riuscito.
E a volte funzionava, e chi aveva esordito attaccandomi, chiedeva scusa e cambiava atteggiamento.
Ed io mi stupivo, e mi compiacevo pure, di come a volte si verificasse questo piccolo prodigio: io, che ragionando con qualcuno, lo persuado a deporre le armi? E chi l'avrebbe mai detto, che avevo in me questa capacità?!
(In realtà, immaginarlo non sarebbe stato così facile (se non aggrappandosi al ruolo di Mercurio come messaggero, dato che Mercurio è il pianeta che domina il segno dei Gemelli), dato che nella mia vita off-line, io, il ruolo di paciere, non l'avevo esercitato un granché e non aveva mai funzionato un granché).
Facciamo un salto in avanti più consistente... al 2016, probabilmente.
Nel frattempo un cambio di abitazione, con un trasferimento che sì, qualcosa aveva cambiato, della mia Vita... ed anzi, diverse cose.
E, una perdita, anche, importante.
E così per Daniele sembra tornato un tempo nuovamente improntato al ritiro, come se dalla Crisalide si predisponesse ad uscire una nuova trasformazione.
Avevo avuto un'idea creativa, per dell'abbigliamento stampato con frasi ed aforismi, vendibili con la filosofia del print-on-demand e, indagando, avevo scoperto che Instagram era considerato eccellente per pubblicizzare prodotti.
Su Instagram, nel giro di poco, finii con l'imbattermi in una vera e propria comunità di poetesse e di poeti di India e Pakistan (culture nelle quali la Poesia è grandemente considerata e viene portata avanti a livelli eccellenti).
Be', insomma, addirittura avevo iniziato ad imparare l'Hindi (translitterato).
E pubblicai la mia prima raccolta di poesie, Canti per Amore... io, che avevo avuto diversi racconti e qualche romanzo nel cassetto per decenni (in realtà, sono ancora lì, e prima o poi bisognerà che mi decida...).
Ma insomma, ciò che era avvenuto con i video su YouTube si ripeté su Instagram per i post con poesia e narrativa: sì, perché fu, quella l'occasione, per rispolverare quest'altro mio talento, l'ennesimo, e sottoporlo all'attenzione (ed al commento) di un pubblico tanto vasto.
Questo, dal punto di vista più connesso alla creatività.
Ma l'altra cosa che accadde, parallelamente, fu che, forse per la mia età, più probabilmente per la mia lontananza, cominciai a ricevere resoconti di vite vissute, confidenze di trepidazioni e speranze, sfoghi di dolori soffocati... ed anche richieste di consigli.
E fu così che, dopo qualche anno, mi ritrovavo ad interagire con persone lontane e ad aiutarle, vuoi con l'ascolto, vuoi con un consiglio.
Lo racconto con una buona confidenza nella certezza di avere, ai tempi, elargito consigli sempre prudenti, sempre cercando di tener conto del contesto di chi me li domandava... ma lo racconto anche con l'umiltà di chi realizza e già realizzava alcuni aspetti drammatici, della questione.
Il primo, era che dar consigli non era per niente facile, proprio per l'impossibilità di prevedere come le cose avrebbero potuto andare, e un po' perché, ma che posso saperne, io, veramente, fino in fondo?
Il secondo era che... be', insomma, io ascoltavo magnanimo ed elargivo consigli, e le persone avanzavano, progredivano, evolvevano... e io?
A guardar bene, a guardarmi bene, a fare un bilancio onesto ed obbiettivo di me stesso... non restava ferma, quasi impaludata, la mia vita?
Potevo apparire il saggio (hahahahaha) che dispensa consigli efficaci e vincenti... ma la bella apparenza crollava, non appena si controllava e verificava che il saggio presunto suddetto, quando si trattava del proprio cammino, non riusciva quasi più a muovere un passo (metaforico).
Non, almeno, dal punto di vista di risultati concreti.
Pretendere di aiutare gli altri, senza riuscire ad aiutar se stessi.
Oh, come appaiono meno intricati e dolorosi, dall'esterno, i fatti altrui!
Nel quale la ri-fondazione di Daniele il Farfallone, o anzi, il Falenone, trova una direzione, e lui si scava un pertugio e comincia ad uscire nel mondo
(A fatica, come dev'essere, altrimenti le ali non si potrebbero dispiegare)
Serve più coraggio per affrontare in battaglie quotidiane gli alieni di Vega, o per provare a dire ad una persona - che tu, tra l'altro, in accordo con il comune sentire, ritieni ampiamente al di sopra delle tue possibilità, perché non hai ancora fatto un ulteriore scatto evolutivo - che provi qualcosa di più?
L'ho scoperto nel 2022, ancora immerso nel mio groviglio di nodi, quando, con una mossa degna di un iconico Indiana Jones che schiocca la sua frusta per agganciarsi ad un ramo e tirarsi fuori dalle sabbie mobili, ho provato a districarmi tentando di confessare sentimenti che, qualcosa come otto o nove anni prima, non avevano potuto trovare il loro riflettore per potersi esprimere e recitare la propria parte.
Poi, ovviamente, non poteva che andare a vuoto, quel tentativo, ed anzi, venir respinto alla radice: per usare ancora la metafora teatrale, come se il riflettore sui miei sentimenti fosse stato spento prima ancora che potessero dire "bao".
Perché, vabbè, il coraggio di aprirsi e rivelare... ma per far cosa, poi? Chiedere a qualcun altro di salvarmi? Di validarmi, ancor più?
Indiana Jones si salva da sé, facendo uso delle proprie risorse, perché intorno a lui, nella foresta che circonda quelle sabbie mobili in cui è caduto, non c'è nessuno, ma proprio nessuno, e gridare per chiedere aiuto non servirebbe a nulla.
Che non vuol dire che non si possa chiedere aiuto, se manca una competenza o una risorsa fondamentale per tirarsi fuori d'impaccio... ma farsi validare, farsi accettare, farsi dire da qualcun altro "ti accetto, vai bene così"... be', mette in evidenza soltanto una cosa, fondamentale: che non ci si sta validando da sé, che non ci si sta accettando, che non ci si sta dicendo "vado bene così come sono".
Quando è così, cercarlo all'esterno è perfettamente, immancabilmente inutile.
L'Universo è uno specchio, niente di più.
Non poteva andare che a vuoto, quel mio coraggioso tentativo.
Eppure, il punto non è riuscire... o, comunque non sempre.
Dài, la dico da Mental Coach certificato quale sono: non conta soltanto l'Obiettivo di Risultato, cioè, per esempio, ottenere quel sospirato "sì", ma pure l'Obiettivo di Performance, cioè, sempre stando all'esempio, aver vinto la paura di provare ed essersi buttati.
Quell'atto di disperato Coraggio è stato, per me, *lo* Snodo.
Senza di quello, chissà quanto avrebbe ancora dovuto passare, prima di arrivare a ciò che è arrivato dopo, scaturito tutto da lì.
Ma, basta così? Pazienza, se il Risultato non c'è, ché almeno la Performance è stata da brivido?
No, perché sempre facendo il Mental Coach provetto, bisogna pur ricordare che a monte degli altri due tipi di Obiettivi, esistono pure quelli di Processo.
E cioè, sì, OK, ti sei buttato, bravo: ma come l'hai fatto?
E, come ti eri preparato, prima?
Ricevetti un'offerta d'aiuto, il giorno dopo quella disfatta.
Un'offerta d'aiuto inattesa, insperata... che non avrei mai immaginato di ricevere.
E l'aiuto consistette in due messaggi, a distanza di qualche giorno l'uno dall'altro... be', insomma, in cui mi si guardava dentro con una precisione sovrannaturale.
E mi si poneva di fronte alla verità più importante di tutte, quella che più di tutte ha fatto la differenza: mi ero "incatenato da solo", sostanzialmente, fino a quel momento, impedendomi davvero di vivere, con tutto ciò che questo termine comporta.
E be', con quell'atto di coraggio, che pur rivelava tante mie mancanze, non avevo ben dimostrato a me stesso di poter trovare, dentro di me, risorse inusitate?
Non avevo ben dimostrato di poter sorprendere, innanzi tutto, me stesso, facendo cose che un tempo avrei considerato improbabili, se non impossibili?
"Aiutati che il Ciel ti aiuta": sì, il Cielo dentro di te.
Quello che non puoi vedere, se ti rinchiudi in una scatola di "non si può", "è impossibile"... e "non posso", e "non ci riesco"... e "non ci riuscirò mai".
Come lo vedi, il tuo infinito Cielo-dentro, se ti racconti quella roba lì?
Sono quasi quattro anni (al tempo in cui sono alla prima stesura di questo testo, verso la fine del Luglio 2026) da che, forte della consapevolezza di tutte queste risorse che abitano in me (in chiunque, in realtà, parte come sono della ricchezza e dell'infinita abbondanza dell'Uno dal quale nasco ed al quale afferisco, per come vedo le cose), ho cominciato un processo di svincolamento e liberazione da tante catene che... be', mi ero sempre portato addosso, in sostanza.
Per mancanza di apertura mentale.
Per mancanza di sperimentazione.
Per mancanza di amore verso me stesso: "if you love somebody set them free", "se ami qualcuno lascialo libero", come cantava Sting appena uscito dai Police.
Be', vale - o dovrebbe valere - innanzi tutto per se stessi.
Ho fatto cose che mai avrei pensato di poter e riuscire a fare.
Ne ho avviate, che è una caratteristica mia innata, ma ne ho anche completate, il ché, per me, è sempre stato un aspetto sfidante, e dunque ancor più gratificante.
E sono ancora qui, a provare, a prepararmi e a... lanciarmi.
E questo include quel desiderio di aiutare per il quale, nel tempo, ho avuto diversi indizi che potesse essere il mio Cammino.
Da una vita con una disabilità, che faccia comprendere come sia, avere delle necessità...
...a diverse occasioni in cui mi sono arrivate richieste di aiuto (fin da piccolo, in realtà... ma tu guarda, i messaggi che l'Anima ti invia!)...
Dalla mia passione per la comprensione del senso di ogni cosa...
...alla constatazione e conferma, un insuccesso dopo l'altro, un successo dopo l'altro, di quanto un sano equilibrio tra preparazione e pianificazione, ed uno spirito coraggioso che si conceda la possibilità di lanciarsi, faccia la differenza...
Ed è così che ho compreso, nell'ultimo paio d'anni, quando il mio uscire dal guscio, come il Paguro Bernardo che lascia una conchiglia che pur l'ha protetto fino a quel momento perché ora gli sta stretta e non gli permette più di crescere tanto quanto potrebbe, ancora, quando il mio uscire dal guscio, e fare un passo (OK, una bracciata e un giro di ruota) alla volta mi ha portato ad occasioni molto, molto speciali... ebbene, è così che ho compreso, da due anni a questa parte, che tutta la mia vita, niente escluso, è Materia ed Energia di partenza, di base, che posso forgiare e formare, per farne il fulcro sul quale incernierare il mio contributo al Mondo.
L'uomo che per tanto tempo si è reso tutto più difficile, ha finalmente compreso che avrebbe, invece, potuto (e dovuto) facilitarsi la Vita.
E così, oltre a farlo, finalmente, per se stesso (be', almeno, ci prova), ha capito che può farlo, partendo dalla propria esperienza, anche per gli altri, strutturandosi e preparandosi per fare il Facilitatore Evolutivo, cioè qualcuno che aiuta gli Altri nella loro Evoluzione.
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Quei "Perché?" ci sono ancora, in me.
Non sono più rabbiosi, come un tempo, ma sono rimasti come atteggiamento: di apertura, di comprensione... di desiderio di abbracciare, con la Mente, ciò che c'è.
Ogni nuovo "Perché?" come un nuovo gradino su una scala, per spostarsi tra ciò che si comprende ora e ciò che si può comprendere, in più.
Ma da dove cominciare, a guardare, ad interrogare, a comprendere, se non da ciò che è stato?
Quei "perché?" che prima esploravano più la mia dimensione specifica, hanno finito, presto, col guardare alle radici delle cose.
E quella curiosità che iniziò esplorando gli antenati su scala biologica, quei dinosauri (che poi, in realtà non sono così imparentati con noi, non essendo i rettili sinapsidi dai quali poi si distinsero i primi Mammiferi) che colpivano tanto la mia attenzione, ebbene, quella pressante curiosità... o, meglio, necessità, di comprendere, iniziò, ad un certo punto, ma molto presto, a rivolgersi a radici molto più vicine.
Chi e cosa ci ha resi ciò che siamo?
Ciò che si pensa, ciò che si dice, ciò che si fa... da dove è venuto? Com'è cominciato? Cosa l'ha provocato, e cosa fa continuare a sussistere, ciò che perdura attraverso il tempo e le generazioni?
Se il mio avvicinarmi ai Tarocchi, sempre in quel rivoluzionario e fecondo 2022 poteva apparire (anche a me stesso, in primis) quale un nuovo interesse apparentemente in totale contraddizione col percorso da Informatico che ancora cercavo (piuttosto sterilmente, da tempo) di percorrere, ebbene, alla luce di quelle mie antiche domande sulle radici che da sempre mi hanno accompagnato, invece, approdato all'ulteriore passaggio, determinante, della scoperta della Tarologia di Jodorowsky, ha trovato perfettamente una sua collocazione ed un suo senso nel mio percorso evolutivo, diventando al tempo stesso una fonte (inesauribile, si badi) di risposte per me, ed una possibilità concreta di mettermi al Servizio della Coscienza nell'aiutare le Persone.
Con la Tarologia, uno sguardo di una vita su ciò che è stato, prima dispersivo ed apparentemente scollegato da me stesso, ha trovato quel focus che - io credo profondamente - da sempre mi aspettava.
Come udire strani suoni, nelle profondità del mare, e domandarsi quale creatura o fenomeno li emetta, e così immergersi, abbastanza a fondo, laddove non c'è luce, e poi accenderla, e trovare quella creatura, quel fenomeno, e dirsi, col fiato mozzato, "ecco, cos'era...".
Come essere su uno scavo, e trovare piccoli frammenti, ossei, sparpagliati, ma continuare a scavare, e finalmente, scavando abbastanza a fondo, ritrovare allo scheletro dal quale sono stati staccati, e solo allora, vedendolo nella sua interezza, comprendere ed esclamare: "Ecco cos'era!"
Ogni dinosauro, ogni fossile, ogni "com'era", ogni mazzo di Tarocchi, mi guidava, senza che io me ne rendessi conto, a quel formidabile strumento che è la Tarologia, capace di connettere i puntini, un Consulto alla volta, tra ciò che è stato, e ciò che è.
Per saperne di più, sulla mia attività di Tarologo, e sulla Tarologia, clicca qui.
Tutto insegna, tutto fa crescere.
Specialmente le sfide, specialmente le prove.
Anche le cadute.
Tutto insegna, tutto fa crescere... a saper trovare la prospettiva adatta a trarne una lezione... a saper farlo con uno spirito aperto alla crescita, all'Evoluzione.
Me l'hanno mostrato i Dinosauri, e i grandi rettili, piccoli o grandi che fossero, trovando soluzioni innovative per adattarsi ad ogni condizione, ad ogni sfida.
Me l'hanno mostrato Lucy ed Ötzi, crescendo, mutando e plasmandosi come creta maneggiata dal vasaio, e dotandosi di ciò che serve, e può far la differenza tra la Vita e la Morte, laddove Natura non arriva.
Me l'hanno mostrato Goldrake, Mazinga, Gordian, Gaiking, Jeeg Robot e tanti altri, con l'umano, e l'umanità, sempre al centro di tutto, che supera i propri limiti, con impegno e sacrificio, costruendo ciò che non c'è, ma farà la differenza tra sopravvivenza e distruzione, tra vittoria e sconfitta.
Me l'ha mostrato la Vita, con quei miei apparecchi per camminare e quei tripodi, che mi hanno insegnato a guardar per terra ed a pianificare con attenzione ogni singolo passo per non ritrovarmi a cadere.
Cadere, attirati a terra da un'attrazione gravitazionale terrestre che porterebbe a restare ancorati al suolo, il più in basso possibile, in una "sconfortevole zona di comfort" (cit. me stesso) che, al peggio, vuol dire immobilità.
Metaforica, l'immobilità, si badi.
Lo slancio, allora, per uscire da quell'immobilità, quella staticità che non porta a nulla.
Lo slancio del Cuore, del "vorrei", l'unico capace di smuovere anche le montagne dalle loro radici profonde.
Ma in concerto armonico, sempre, con la Mente, quella il cui ruolo è quello di prepararlo, quello slancio, quel movimento che dall'immobilità di quella zona di comfort apparente porterà da qualche altra parte, quel movimento che è così in risonanza col vivere, con quella corsa del sangue nelle nostre vene, in modo che sì, non sia uno slancio condotto a caso, ma che effettivamente conduca da qualche parte in maniera voluta ed intenzionale.
Perché il vivere sia consapevole, e, pur sapendo accettare ciò che è o appare fuori dal nostro controllo, sappia integrare un senso di volontà, di direzione.
E' per via di tutto questo, che l'aver trovato il percorso di apprendimento della metodologia del Mental Coaching, abbracciata prima per curiosità, e poi con sempre maggior convinzione, appare quale ulteriore tassello nel mio cammino, o rotolamento di ruote, verso una versione di me che, sempre più sceglie di vivere, consapevolmente, ciò che gli è consono, confacente, risonante e giusto: giusto, perché giudicato tale da quel Dio che è nel mio nome, perché è, innanzi tutto, presente in me, in quel sancta sanctorum, imperfetto ma vivente, e dunque sacro, che è il mio Corpo.
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La Mente che immagina e progetta il prossimo passo, il Cuore con il suo desiderio che dà lo slancio per porlo in essere.
Accettare ciò che c'è, la mia disabilità, quell'insieme di sfide, ma pure tutto ciò che mi ha dato occasione di esperire, comprendere, imparare, che è molto superiore rispetto a ciò che mi ha tolto, o reso più difficoltoso, e dunque mettermi alla prova, superando i miei limiti, veri o presunti o percepiti che siano, per scoprire fino a dove posso arrivare: oltre a dove credevo e credo sia possibile, sto scoprendo.
Guardare alle radici ed alle ossa pietrificate un istante, e l'attimo dopo fantasticare su ciò che non può essere... o, chissà, magari un giorno lo diverrà.
Ed ora, tutto al contrario, guardare avanti ad un obiettivo e pianificare il singolo dettaglio, ed ora guardare indietro, osservare tre figure e cogliere un'intuizione che non si sa da dove venga, e portare un brivido nelle dolenti radici che finalmente si vedono riconosciute.
Trovare un senso nel misterioso, la pagliuzza d'oro, rovistando con le mani nella melma del letto del fiume.
Guardare alla fatica del corpo, perché possiamo dirlo, non è sempre facile o piacevole, ma sorridere per un volo della Mente nel mio adorato Iperuranio.
Sono un groviglio, una collezione, un ammasso di contraddizioni, di aspetti apparentemente contrastanti, se non opposti, tra loro.
Sono Ombra e Luce, sono Passato e Futuro, sono Mente e Cuore, sono Corpo e Anima.
Sono Tutto, e il suo contrario.
Sono Daniele, nato sotto il segno dei Gemelli (e con ascendente Aquario), in quel nevoso maggio del 1972.
Daniele Bergamini Garuti
Facilitatore Evolutivo
Bologna, 2026-07-22